Generazione Z e lockdown, creatività e resilienza e ora il futuro

Maturità 2020, eventi digitali e podcast tre scenari inediti per ripartire

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Chiudi Nuovi momenti di socialità per la Generazione Z foto iStock. (ANSA) Nuovi momenti di socialità per la Generazione Z foto iStock.

Il lockdown ha stravolto la quotidianità delle persone, costrette da un giorno all’altro a plasmare all'occorrenza le mura domestiche in ufficio, in aule scolastiche, in ristorante, e in tutto ciò che è scaturito dall’incontro tra fantasia e necessità. In questo contesto la Generazione Z, ovvero i giovani che attualmente non hanno più di 24 anni, hanno dovuto rinunciare al gruppo di amici, alla scuola, all’attività sportiva e agli amori che la primavera fa sbocciare. Insomma, per un adolescente, il mondo intero! Gli Zedders però non conoscono un mondo senza tecnologia, hanno per questo sviluppato una capacità di adattamento maggiore di tutte le altre generazioni, sfruttando proprio le possibilità che il mondo digitale offre.
Come dimostra la ricerca di ZooCom , la creative media agency del gruppo OneDay specializzata sul target , l’81% dei giovanissimi si sente assolutamente protagonista del nuovo rinascimento. In questo contesto e grazie ai dati della sua ricerca, ZooCom ha individuato tre opportunità per intercettare la Generazione Z nel prossimo futuro:
1) MATURITÀ 2020 Sarà la prima maturità senza le tre prove, senza la notte prima degli esami, senza il viaggio della maturità. Dov'è il gusto di questo passaggio epocale che tutte le generazioni hanno avuto il diritto di vivere pienamente? Non c'è purtroppo. La maturità segna il passaggio alla fase "adulta", momento perfetto per molti brand per iniziare un nuovo tipo di dialogo.
2) EVENTI DIGITALI Durante il lockdown siamo stati invasi delle più disparate piattaforme digitali per restare in contatto, per lavorare, per studiare. Quello che è mancato è stato l'intrattenimento: quand'è l'ultima volta che i ragazzi si sono divertiti, che hanno staccato da tutto per rilassarsi? Non sono potuti andare a scuola, all'università, alle feste, ai concerti. È necessario riportare momenti di intrattenimento puro, divertimento e "socialità" all'interno della vita della Generazione Z. Cosa ci ha detto la ricerca? Che in remoto oltre il 70% degli Zedders trascorreva dalle 2 alle 4 ore al giorno a socializzare digitalmente e che oltre il 75% per placare l'ansia cercava online contenuti di intrattenimento. Hanno bisogno di stare con gli altri ragazzi della loro età e di condividere esperienze e emozioni. Nonostante questa grande voglia di tornare alla normalità, a causa della presenza del virus, in molti sono ancora titubanti se lo faranno fin da subito. Quindi, gli eventi digitali rispondono a questa doppia esigenza.
3) PODCAST In un panorama di contenuti a stragrande maggioranza video, il cui consumo è spesso iper accelerato, il racconto audio fruibile con più tempo e meno frenesia è perfetto per comunicare con la GenZ. In futuro torneranno ad avere (anche se forse non hanno mai smesso) le cuffie sempre nelle orecchie, sui mezzi, mentre fanno sport, quando parlano al telefono con gli amici, quando ascoltano la musica. Le cuffie sono il loro strumento, all’interno scorre il loro mondo e il rapporto con questo mezzo è strettissimo. Cosa ci ha detto la ricerca? Che oltre il 40% dei ragazzi sceglie e sceglierà brand etici, autentici e che prenderanno posizione nel nuovo contesto generato dal covid-19. I podcast diventano quindi uno strumento molto adatto per comunicare i valori di brand e costruire relazione: già oggi oltre il 35% degli Zedders si intrattiene con questo strumento .

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Basta sport in salotto, si torna in palestra. Tutte le regole da sapere

Parole d'ordine: sanificazione e prenotazione

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Chiudi Si torna in palestra, tante nuove regole d'igiene. foto iStock. (ANSA) Si torna in palestra, tante nuove regole d'igiene. foto iStock.

Basta addominali, affondi o plank in salotto, cyclette in corridoio. L'allenamento si fa di nuovo in palestra e anche l'agognato nuoto in piscina, dopo quasi tre mesi di stop. Riaprono palestre, piscine, circoli sportivi dopo l'interruzione imposta dal coronavirus in ambienti a forte rischio contagio. Da qui la pioggia di restrizioni e norme introdotte per la fase 2, che in parte sono destinate a cambiare il modo di allenarsi. Succedera' ad esempio negli sport che prevedono attivita' a stretto contatto con un'altra persona, pur non essendo sport di gruppo, come la ginnastica ritmica che quindi eliminera' per ora quegli esercizi. Molti limiti anche per il nuoto per ricominciare al 100% e in sicurezza. Per tutti i centri è una nuova vita, decisamente più complicata fatta di obblighi di legge, cautele, tempi che si allungano e clienti che si riducono o si diradano. Il nuovo 'codice' sono le linee guida aggiornate e approvate dalla Conferenza delle Regioni e poi attuate nel dettaglio attraverso protocolli ad hoc per garantire l'allenamento in sicurezza per clienti e istruttori.
D'ora in poi, parola d'ordine  'prenotare' corsi e lezioni, in modo da evitare il piu' possibile gli assembramenti e migliorare la gestione degli spazi. Le novita' cominciano dalla porta: sia in palestra che in piscina si entra con la mascherina. Altro obbligo, disinfettarsi le mani all'ingresso e uscendo, grazie ai dispenser, spesso preferiti ai guanti. E' prevista, ma non obbligatoria, la misurazione della temperatura con termoscanner per non far entrare chi ha piu' di 37 gradi e mezzo. In ogni caso, all'ingresso i clienti devono firmare un'autocertificazione sulle proprie condizioni di salute (se hanno contratto il Covid, se hanno fatto la quarantena ecc) e i gestori delle attivita' conserveranno i dati per 14 giorni.
In palestra sono richieste scarpe ginniche 'dedicate' (lo erano in realtà già prima). Step successivo sono gli spogliatoi: si entra pochi per volta (ma alcuni potrebbero restare chiusi), si sta a un metro di distanza e i vestiti vanno messi nelle proprie borse, lasciate negli armadietti. Durante gli esercizi bisogna stare lontani almeno 2 metri fra loro e non c'è l'obbligo della mascherina.
In piscina la superficie a disposizione di ognuno arriva a 7 metri quadrati, mentre deve esserci almeno 1 metro e mezzo fra sdraio e lettini delle persone, se non sono conviventi. In piu' una differenza: gli istruttori di nuoto devono avere la mascherina anche se non a stretto contatto con gli utenti. Su questo molti gestori di piscine non nascondono le riserve, considerando il caldo che c'e' normalmente a bordo vasca e il rischio che non si senta bene la voce dell'allenatore. Alle piscine sono richieste analisi chimiche, oltre alle batteriologiche e, per tutti vale l'obbligo di disinfezione degli attrezzi (da quelli in sala pesi ai galleggianti in acqua) a ogni uso o a fine giornata se presi solo da un cliente. Cambia pure l'accesso alle docce: consentito a 'numero chiuso', oppure nelle palestre ridotto al minimo ad esempio per chi fa sport in pausa pranzo e deve tornare in ufficio, non certo sudato o in tuta. Ogni sport ha le sue peculiarità, anche se comune a tutti è la pratica della sanificazione. Ad esempio per il tennis bisogna indossare un guanto sulla mano non dominante (o disinfettarla dopo ogni game) e la pallina non va raccolta con le mani prima di mandarla all'avversario, ma usando racchetta e piede, e con la racchetta bisogna anche ringraziare e salutare.

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Teenager e il sesso, l'ABC è cambiato

Da Pussypedia a Sex Education, la Gen Z punta a inclusione, schiettezza e onestà

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Chiudi L'educazione sessuale � cambiata e non ce ne siamo accorti, riferiscono gli analisti di Nelly Rodi in un report, immagine da @pwordpedia (ANSA) L'educazione sessuale � cambiata e non ce ne siamo accorti, riferiscono gli analisti di Nelly Rodi in un report, immagine da @pwordpedia

L’educazione sessuale per gli adolescenti è sfuggita di mano agli adulti. Mentre istituzioni e famiglie latitano, la materia i ragazzi la imparano da soli e in modo del tutto nuovo. La pornografia è roba da matusa, i siti di dating li lasciano ai Millennials. La generazione Z, i giovanissimi, le lezioni sulla sessualità le creano fra di loro in nome dell’inclusione di tutti e di una neonata schiettezza ed onestà, usando il mezzo che più è consono ai nativi digitali, cioè internet dove i blog e le chat sul tema si sprecano. I ragazzi hanno cambiato passo sulla loro sessualità, attesta il nuovo report pubblicato dall’agenzia francese trendsetter Nelly Rodi. “La generazione più giovane non lascia più il compito agli adulti, esprime la propria sessualità a suo modo. I giovani non si aspettano più che le istituzioni forniscano loro un’educazione completa e significativa, stanno infatti riscrivendo le regole esprimendo una propria dottrina che favorisce l’inclusione e la trasparenza”.

L’ABC del sesso è cambiato: prima incentrato sulla riproduzione e contraccezione, poi sui rischi associati alle malattie sessualmente trasmissibili. Ora si apre verso una cultura orientata al piacere e il tema della salute sessuale è mainstream. E’ un approccio nuovo, inaspettato e forse più pertinente e meno inibito – si legge nel focus, - fondato più sulla realtà e meno sui cliché che hanno influenzato le generazioni precedenti. Il filone si nutre di mezzi hitech e si svela sui social media, nelle serie tv più seguite al mondo e nelle campagne di marketing più creative delle company che il trend l’hanno fiutato eccome.

Fra i siti si segnalano Pussypedia, enciclopedia bilingue al femminile inaugurata la scorsa estate dalla giornalista freelance Joe Mendelson, messicana trapiantata a Londra. All'interno illustra un modello in 3 D dell’anatomia femminile e include temi come la sessualità nelle disabilità, le patologie sessuali e le relazioni LGBT; oppure il sito inglese Brook (una lunga storia alle spalle di informazione sessuale al femminile messa a punto da Helen Brook nel 1964 e ora diretto da una pletora di giovani donne) interamente dedicato alla salute sessuale dei ragazzi a prescindere dal genere. E’ statunitense invece la APP Dipsea che punta a stimolare l’immaginazione femminile invitando le donne ad ascoltare i propri poteri/desideri sessuali interiori . Ideata insieme ad insegnanti di educazione sessuale e scrittori di narrativa erotica vuole aiutare gli utenti a superare i propri problemi e ravvivare le relazioni sessuali. Nuovo anche il filone dell’erotismo in forma audio dove anche i podcast narrano storie di fantasia che incoraggiano gli ascoltatori ad essere se stessi. Hanno incluso audio i siti francesi VOXXX (per donne) e COXXX (per uomini).

Naturalmente cresce il numero degli influencer e dei blogger con milioni di giovanissimi followers su instagram e tik tok, come la newyorkese Eileen Kelly (@eileen) che a sedici anni creò Killer and a Sweet Thang (KAAST), portale educativo per far condividere agli adolescenti le loro esperienze e domande senza vergogna e con onestà e niente a che fare con la pornografia. Kaast ha avuto così tanto successo che ora è divenuto un brand fashion con riferimenti sessuali disinibiti. Lo stesso obiettivo del marchio francese ‘Carne Bollente’ che usa le illustrazioni erotiche nelle proprie collezioni di moda. Mentre le istituzioni dibattono ancora se i temi dell’educazione e la salute sessuale siano o no ammissibili nelle scuole, la sessualità dei ragazzi (inclusi temi sull’autoerotismo) ha quindi intrapreso strade nuove, sottolineate dalle trasmissioni tv via cavo come Le Petit Manuel Sex Education, serie di successo in onda su Netflix.

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Gucci, basta show, faremo 2 appuntamenti l'anno

Alessandro Michele, 'nuova storia a capitoli irregolari'

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"In questi giorni di confinamenti, dentro un tempo sospeso che fatichiamo a immaginare libero, provo a interrogarmi sul senso del mio agire": è nata così, come racconta negli 'Appunti dal silenzio' pubblicati su Instagram, la decisione di Alessandro Michele di dare un nuovo tempo e nuove modalità di presentazione alla moda di Gucci.
Michele, al timone della maison da 5 anni, non è il primo ad aver ripensato al senso del suo lavoro nel contesto fagocitato del fashion system degli ultimi anni. Giorgio Armani per primo ha parlato dell'esigenza di rallentare, e così hanno fatto il belga Dries Van Noten e una pattuglia di colleghi, in una lettera aperta al sistema. E via di seguito le camere della moda americana e inglese, con il loro invito a limitare la proliferazione di show. Ora, le riflessioni di Alessandro Michele, nate dal lockdown, dal fatto che in questi mesi "Ci siamo scoperti - scrive nel suo diario, pubblicato in inglese e italiano - piccola cosa. Un miracolo di niente. Abbiamo soprattutto capito di essere andati fuori misura. Le nostre azioni spregiudicate hanno incendiato la casa che abitiamo". E quindi "Oggi che la devastazione ci ha trovato impreparati, dobbiamo poter riflettere su ciò che non vorremmo tornasse uguale. Perché il rischio più grande, per il nostro domani, è quello di abdicare ad ogni reale e necessaria discontinuità. La nostra storia è, purtroppo, costellata da crisi che non ci hanno insegnato nulla". Diventato consapevole della "tirannia della velocità", "sento l'esigenza di un tempo mio, svincolato da scadenze etero-imposte che rischiano di mortificare la creatività".
Per questo - ecco l'annuncio - "ho deciso di costruire un percorso inedito, lontano dalle scadenze che si sono consolidate all'interno del mondo della moda e, soprattutto, lontano da una performatività ipertrofica che oggi non trova più una sua ragion d'essere".
"Nel mio domani, abbandonerò quindi il rito stanco delle stagionalità e degli show - spiega - per riappropriarmi di una nuova scansione del tempo, più aderente al mio bisogno espressivo. Ci incontreremo solo due volte l'anno, per condividere i capitoli di una nuova storia. Si tratterà di capitoli irregolari, impertinenti e profondamente liberi". Non solo: "Mi piacerebbe abbandonare l'armamentario di sigle che hanno colonizzato il nostro mondo: cruise, pre-fall, spring-summer, fall-winter. Mi sembrano parole stantie e denutrite". Al loro posto, spazio a nomi presi dalla musica classica: "sinfonie, rapsodie, madrigali, notturni, ouverture, concerti e minuetti"

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Skam Italia quarta stagione, è boom anche all'estero

Sana al top tendenze su personaggi serie cult per i ragazzi

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Who's trending? Alla domanda su chi è di tendenza nel mondo tv a livello globale vedere al primo posto Beatrice Bruschi, la Sana di Skam Italia quarta stagione precedere ad esempio la grande Viola Davis di How to get away with murder o Eliza Taylor di The 100 fa decisamente effetto. La serie, adattamento locale del primogenito Skam nato in Norvegia, ha superato i confini. La coproduzione Cross Productions - Timvision, disponibile su Timvision e su Netflix è attualmente la più vista della classifica Tv Time che traccia i divoratori di serie, ossia monitora il binge watching (almeno 4 episodi di fila) ed è un record italiano, visto che nessuna nostra produzione aveva fatto tanto. Ma al di là delle classifiche cosa ha di speciale questa serie, perchè tutti ne parlano? Dopo l'acquisizione dei diritti per un remake italiano da parte della Cross Productions che aveva intercettato il fenomeno in Norvegia, il responsabile editoriale e regista Ludovico Bessegato con il suo team ha cominciato un lungo lavoro sulle sceneggiature che ricalcano l'originale norvegese adattandolo alla realtà italiana. Questo lavoro, così come quello sui dialoghi sono considerati l'eccellenza di questa serie nella versione italiana: realistici, calati nel vissuto come raramente si vede. Ed è questo uno dei motivi principali per cui questa storia di liceali romani ha avuto stagione dopo stagione un grande successo. Il casting accuratissimo sta facendo il resto: giovanissimi alla prima esperienza o quasi, che recitano (bene) più o meno loro stessi. Il risultato è uno spettatore che si rispecchia in quello che vede: perlomeno come idea iniziale infatti Skam è una teen serie ma via via ha conquistato anche il pubblico più adulto. Alla Cross Productions arrivano feedback da genitori oltre che da ragazzi perchè le vite dei protagonisti hanno necessariamente a che fare con il rapporto con gli adulti in quella particolare età della ricerca di autonomie che è materiale esplosivo da sempre e ad ogni latitudine. Ecco così che anche il target non è certo più solo di ragazzini alle prime prove con il mondo. E se ogni stagione, per quanto corale, accende la luce su uno dei giovani con la quarta si è andati oltre le aspettative e con coraggio: Sana (Beatrice Bruschi) è una 18enne italiana musulmana, figlia di genitori tunisini, religiosa e fiera di portare il velo, tutt'altro che sottomessa secondo i clichè. Una italia di seconda - terza generazione che in Italia è raro veder rappresentato (l'ha fatto Bangla di Phaim Bhuiyane con successo, uno dei film più freschi della scorsa stagione cinematografica, non a caso pluripremiato anche al box office).
Il personaggio di Sana, che esiste anche nella serie madre norvegese, è stato però costruito sulla società italiana con l'apporto della sociologa attivista e scrittrice Sumaya Abdel Qader. Portare tematiche in Italia urticanti come il velo (l'hijab di Silvia Romano è l'esempio più recente di cosa può scatenarsi), l'islamismo nelle giovani generazioni italiane di origine araba, il razzismo, l'omofobia è qualcosa di non scontato e il fatto che filtri attraverso una serie diventata di culto tra gli studenti italiani e, stando alle classifiche, anche all'estero assume un valore sociale e culturale di grande importante. Attualmente è  tradotto non ufficiamente dai fan in 7 lingue (Inglese, Francese, Spagnolo, Polacco, Turco, Spagnolo, Cinese)  e secondo alcune fonti sarebbe più popolare del commissario Montalbano ma a questo, per affetto di Camilleri, non vogliamo crederci.

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Skam Italia quarta stagione, perchè la serie è un cult mondiale

Sana al top tendenze Tv Time su personaggi serie cult per i ragazzi

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Who's trending? Alla domanda su chi è di tendenza nel mondo tv a livello globale vedere al primo posto Beatrice Bruschi, la Sana di Skam Italia quarta stagione precedere ad esempio la grande Viola Davis di How to get away with murder o Eliza Taylor di The 100 fa decisamente effetto. La serie, adattamento locale del primogenito Skam nato in Norvegia, ha superato i confini. La coproduzione Cross Productions - Timvision, disponibile su Timvision e su Netflix è attualmente la più vista della classifica Tv Time che traccia i divoratori di serie, ossia monitora il binge watching (almeno 4 episodi di fila) ed è un record italiano, visto che nessuna nostra produzione aveva fatto tanto. Ma al di là delle classifiche cosa ha di speciale questa serie, perchè tutti ne parlano? Dopo l'acquisizione dei diritti per un remake italiano da parte della Cross Productions che aveva intercettato il fenomeno in Norvegia, il responsabile editoriale e regista Ludovico Bessegato con il suo team ha cominciato un lungo lavoro sulle sceneggiature che ricalcano l'originale norvegese adattandolo alla realtà italiana. Questo lavoro, così come quello sui dialoghi sono considerati l'eccellenza di questa serie nella versione italiana: realistici, calati nel vissuto come raramente si vede. Ed è questo uno dei motivi principali per cui questa storia di liceali romani ha avuto stagione dopo stagione un grande successo. Il casting accuratissimo sta facendo il resto: giovanissimi alla prima esperienza o quasi, che recitano (bene) più o meno loro stessi. Il risultato è uno spettatore che si rispecchia in quello che vede: perlomeno come idea iniziale infatti Skam è una teen serie ma via via ha conquistato anche il pubblico più adulto. Alla Cross Productions arrivano feedback da genitori oltre che da ragazzi perchè le vite dei protagonisti hanno necessariamente a che fare con il rapporto con gli adulti in quella particolare età della ricerca di autonomie che è materiale esplosivo da sempre e ad ogni latitudine. Ecco così che anche il target non è certo più solo di ragazzini alle prime prove con il mondo. E se ogni stagione, per quanto corale, accende la luce su uno dei giovani con la quarta si è andati oltre le aspettative e con coraggio: Sana (Beatrice Bruschi) è una 18enne italiana musulmana, figlia di genitori tunisini, religiosa e fiera di portare il velo, tutt'altro che sottomessa secondo i clichè. Una italia di seconda - terza generazione che in Italia è raro veder rappresentato (l'ha fatto Bangla di Phaim Bhuiyane con successo, uno dei film più freschi della scorsa stagione cinematografica, non a caso pluripremiato anche al box office).
Il personaggio di Sana, che esiste anche nella serie madre norvegese, è stato però costruito sulla società italiana con l'apporto della sociologa attivista e scrittrice Sumaya Abdel Qader. Portare tematiche in Italia urticanti come il velo (l'hijab di Silvia Romano è l'esempio più recente di cosa può scatenarsi), l'islamismo nelle giovani generazioni italiane di origine araba, il razzismo, l'omofobia è qualcosa di non scontato e il fatto che filtri attraverso una serie diventata di culto tra gli studenti italiani e, stando alle classifiche, anche all'estero assume un valore sociale e culturale di grande importante. Attualmente si trova in 7 lingue (Inglese, Francese, Spagnolo, Polacco, Turco, Spagnolo, Cinese) con traduzioni non ufficiali dai fan e secondo alcune fonti sarebbe più popolare del commissario Montalbano ma a questo, per affetto di Camilleri, non vogliamo crederci.

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Buon compleanno Clint Eatwood, i 90 anni del mito del cinema

Dai western di Leone agli Oscar, oggi è il nuovo John Ford

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Chiudi CLINT EASTWOOD, I 90 ANNI DI UN MONUMENTO/ SPECIALE (ANSA) CLINT EASTWOOD, I 90 ANNI DI UN MONUMENTO/ SPECIALE

 Il 31 maggio 1930 a San Francisco Clinton Eastwood senior, operaio nell'acciaio e lavorante a cottimo in mezzo West dopo la grande depressione, mette al mondo Clint Eastwood, oggi un monumento coi suoi 90 anni. Il ragazzo cresce errabondo (cambierà 10 scuole in 10 anni) e resta in California quando i suoi vanno a vivere in Texas. "Parlavo poco - racconterà - vivevo in un mondo tutto mio e l'unica cosa che mi appassionava era la musica". In verità anche i serpenti (da ragazzo ne aveva 13 in casa) e la recitazione con cui conquistava le ragazze. Con la voglia di emergere, lo sguardo magnetico e l'andatura dinoccolata copiata dal suo idolo Gary Cooper riuscì a strappare piccole parti nei B-Movies degli anni '50; poi divenne protagonista del serial "Gli uomini della prateria" che decollava sulla CBS nel 1959. Sul set rubava i segreti del mestiere e in tv divenne presto popolare. Il personaggio di Leo Di Caprio in "C'era una volta a Hollywood" di Tarantino è un omaggio intinto nel veleno a quel periodo della sua carriera, giacché fu allora che il suo agente gli propose il copione di "Per un pugno di dollari" (1964). A incuriosirlo - racconta - era l'aver riconosciuto nella trama i film di Kurosawa che Hollywood aveva ripreso con "I magnifici sette".
    Accettò anche per far contenta la prima moglie, Maggie Johnson, ma si scontrò con la CBS che non lo voleva lasciare libero per il tempo delle riprese in Italia. In valigia, alla fine, mise un nuovo contratto per la tv e un poncho comprato per l'occasione.

 

    Dal canto suo Sergio Leone si affidò a lui dopo il rifiuto di molti altri attori e un serrato negoziato al ribasso sul compenso. Per caratterizzare il personaggio dell'Uomo senza Nome gli impose un cappello e un sigaro toscano: una sofferenza continua per uno che detestava il fumo. Ma così nacque la sua fortuna e un cliché inedito nella storia del western. Eastwood tornò in patria senza sapere degli alti incassi della pellicola: il film aveva anche cambiato titolo. Fu sorpreso quando Leone lo richiamò l'anno dopo sul set di "Per qualche dollaro in più"; quello che stava nascendo era un rapporto da figlio adottivo. "Il buono il brutto il cattivo" del '66 fu un successo internazionale, ma i tre film approdarono a Hollywood solo dopo il 1967 e Eastwood doppiò sé stesso sostituendosi a Enrico Maria Salerno che in italiano gli aveva dato una gamma di sfumature inedita. Al western sarebbe tornato più e più volte, sia come attore ("Impiccalo più in alto") che come regista ("Il cavaliere pallido"), fino all'epopea de "Gli spietati" che oggi sancisce la sua inconfondibile icona.
    Il 1968 segna la terza svolta della sua carriera: incontra Don Siegel sul set di "L'uomo dalla cravatta di cuoio", western metropolitano e violento e da lui impara quel che Leone non poteva dargli: come rendersi credibile senza un poncho addosso.
    Conserva il cappello (da texano questa volta) e il carattere chiuso e ruvido. Da Siegel eredita anche lo spirito anarchico, libertario, anticonvenzionale.
    Negli anni '70 la serie "Ispettore Callaghan" con Siegel gli regala grande popolarità; il debutto come regista è in "Play Misty for me" (1971). Nasce la sua compagnia di produzione Malpaso, presto nota per la capacità di ridurre i costi inutili degli Studios. Produce ormai tutti i suoi film e, nonostante alcuni insuccessi, è un "valore sicuro" per la distribuzione Warner. Al tempo dell'Ispettore Callaghan sia lui che Siegel furono accusati di fascismo ed eccessiva violenza nella rappresentazione della polizia; ebbe critiche feroci sullo stereotipo del personaggio. I due risposero nel 1979 con "Fuga da Alcatraz", incondizionatamente osannato. Intanto Eastwood si era costruito una solida fama di divo totalmente americano, eroe senza macchia in un mondo corrotto. Nel 1993 con "Gli spietati" arrivò anche la gloria dell'Oscar con due statuette e un diluvio di nomination. Due anni dopo avrebbe avuto l'Oscar alla carriera e poi altri due tra "Mystic River" e "Million Dollar Baby"; con "Gran Torino" ecco la celebrazione come il nuovo John Ford. Al regista di "Ombre rosse" assomiglia per le comuni radici in un idealismo puritano, per l'idea di una frontiera incisa nel Dna del melting pot statunitense, per la malinconia di un tempo che trascorre inesorabile, per la passione del cinema come artigianato completo e libero, per il sottofondo tormentato dei personaggi che tutti devono espiare una colpa e cercano una redenzione. Ma il vero tratto in comune con la grande tradizione hollywoodiana è l'economia espressiva: pochi movimenti di macchina, grande attenzione agli attori, profondità di campo, senso dello spazio, piglio epico che tende all'elegia. Più volte ha dichiarato di voler scomparire dai suoi film come attore e poi si è smentito nel recente "The Mule"; di fatto si ispira sempre più spesso a personaggi reali che porta sullo schermo come eroi del quotidiano, da "Sniper" a "Sully" o a storie del passato come per "E.J. Hoover" o "Changelling". Nella vita privata assomiglia sempre più a un monumento. Ma non è di carattere facile e ha punteggiato la vita di storie sentimentali e figli (ben 8). Il ritratto che la sua compagna Sondra Locke ne ha fatto durante una velenosa causa di divorzio è impietoso.
    Ma ora che compie 90 anni per tutti noi rimane sempre Clint, il silenzioso, il tormentato, l'ironico Uomo senza Nome. (Ansa).
    (ANSA).
   

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Sognanti passeggiate nel Giardino Romantico

Apre per la prima volta lo spazio verde del Castello di Thiene

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Chiudi Il Giardino Romantico nel castello di Thiene in Veneto (ANSA) Il Giardino Romantico nel castello di Thiene in Veneto

Un caleidoscopio di colori e profumi perfetto per sognanti passeggiate, magari al calare della sera. E' il Giardino Romantico presso il castello di Thiene nella pedementana vicentina che apre per la prima volta, in occasione della riapertura dal 24 maggio del castello dopo il lockdown. La trasformazione in Giardino Romantico di parte dei 12mila metri quadri verdi del Castello di Thiene risale al tardo '800 quando, Caterina Roncalli, moglie di Orazio Porto, decise di utilizzare Thiene come residenza per la "villeggiatura". Si intrapresero allora grandi lavori di adeguamento per dotare la casa di tutte le comodità del tempo e rendere anche gli spazi verdi adeguati alla moda del tempo. 

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Sognanti passeggiate nel Giardino Romantico

Apre per la prima volta lo spazio verde del Castello di Thiene

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Il Giardino Romantico nel castello di Thiene in Veneto (ANSA) Il Giardino Romantico nel castello di Thiene in Veneto (ANSA) Il Giardino Romantico nel castello di Thiene in Veneto (ANSA) Il Giardino Romantico nel castello di Thiene in Veneto (ANSA) Il Giardino Romantico nel castello di Thiene in Veneto (ANSA) Il Giardino Romantico nel castello di Thiene in Veneto (ANSA) Il Giardino Romantico nel castello di Thiene in Veneto (ANSA) Il Giardino Romantico nel castello di Thiene in Veneto (ANSA)

Un caleidoscopio di colori e profumi perfetto per sognanti passeggiate, magari al calare della sera. E' il Giardino Romantico presso il castello di Thiene nella pedementana vicentina che apre per la prima volta, in occasione della riapertura dal 24 maggio del castello dopo il lockdown. La trasformazione in Giardino Romantico di parte dei 12mila metri quadri verdi del Castello di Thiene risale al tardo '800 quando, Caterina Roncalli, moglie di Orazio Porto, decise di utilizzare Thiene come residenza per la "villeggiatura". Si intrapresero allora grandi lavori di adeguamento per dotare la casa di tutte le comodità del tempo e rendere anche gli spazi verdi adeguati alla moda del tempo. 

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Il nastro adesivo, compie 90 anni l'indispensabile scotch

L'invenzione americana debuttò il 27 maggio 1930 subito con un incredibile successo

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Chiudi Il nastro adesivo per chiudere i pacchi foto iStock. (ANSA) Il nastro adesivo per chiudere i pacchi foto iStock.

Al cinema viene utilizzato per legare mani e piedi della vittima del killer di turno o per tappare la bocca al rapito, ci è indispensabile quando traslochiamo per sigillare le nostre scatole e mai, come in questi tempi di pandemia, se ne è fatto un uso smodato per delimitare il distanziamento sociale nei luoghi pubblici: è il nastro adesivo, un oggetto di cui non possiamo fare a meno e che non esisteva fino a 90 anni fa. A idearlo, secondo le fonti più accreditate, è stato l'americano Richard Gurley Drew nato nel 1899 e morto a Santa Barbara nel 1980. Drew era un giornalista ma, raggiunse la fama come inventore lavorando per la compagnia statunitense mondiale 3M, Minnesota Mining and Manufacturing Company, fondata nel 1902. E' lui il padre dello 'scotch', creato negli anni 30 dall'ingegnosa mente di questo giovane ricercatore. All'epoca la 3M, nata come azienda mineriaria e che oggi è presente in tutto il mondo con 65 consociate in 71 Paesi e circa 91 mila dipendenti, produceva per lo più carta vetrata per la produzione automobilistica, che in quel periodo era in continuo sviluppo. Richard Gurley Drew, avendo a che fare con lavoratori che coloravano e operavano sulle carrozzerie, notò quanto fosse complicato per loro verniciarle senza sbavature e imprecisioni. Drew si rese conto quindi di quanto potesse essere utile l'applicazione di un nastro coprente nelle zone che non dovevano essere raggiunte dal colore, e di quanto fosse pratico che il nastro stesso si appiccicasse sulla superficie con la sola pressione della mano. Inizialmente venne applicata della colla su un nastro di carta, ma poi la produzione preferì il cellophane, anch'esso inventato da poco. All'inizio ci furono difficoltà a causa della quantità di colla da utilizzare sul nastro. La leggenda dice che il garzone di un'officina suggerì a Drew di riferire ai suoi capi di essere meno "scozzesi" sulla colla (in riferimento alla nominata tirchieria degli scozzesi) e di abbondare con essa, da qui l'origine del nome "scotch" associato al nastro. Messo in commercio il 27 maggio del 1930 negli Stati Uniti, il nastro adesivo arriva in Europa sette anni più tardi. Il primo prototipo utilizza colla da falegnameria e glicerina, materiale usato anche in cosmetica per le sue proprietà di resistenza ed elasticità.
La sua invenzione ha un successo incredibile, non solo a livello di produzione automobilistica: con la Grande Depressione, infatti, la gente cominciò ad utilizzare il nastro adesivo per risparmiare su riparazioni di vario genere. Durante la seconda guerra mondiale e nell'immediato dopoguerra l'azienda inizia a produrre altri tipi di scotch.Nascono così i nastri bi adesivo, isolante, riflettente e resistente all'acqua, al freddo e al calore, il nastro adesivo per imballaggio, quello trasparente, il nastro da muro, il nastro adesivo telato e quello medico. Il progresso non ha cambiato di molto lo scotch che continua ad essere fabbricato quasi con le stesse caratteristiche di un secolo fa. E seppure per mesi non ci capita di utilizzarlo arriva il momento nell'arco dell'anno in cui nessuno può fare a meno del nastro adesivo: a Natale senza sarebbe impossibile preparare i nostri pacchetti regalo o allestire il presepe. Ecco perchè lo scotch, oggetto legato anche a momenti di gioia, ci fa simpatia.

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Spaventati e confusi, il tema del lavoro nel dopo lockdown

Tra speranza e paura il sentimento degli italiani

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Chiudi Uffici post lockdown foto iStock. (ANSA) Uffici post lockdown foto iStock.

Cosa accade nel momento in cui un virus porta i governi di tutto il mondo a mettere in quarantena miliardi di persone, generando di fatto il blocco totale della domanda e dell’offerta a livello mondiale? Nasce da questa domanda l'analisi di Future of Italy, il gruppo operativo ideato e composto da Matteo Flora, fondatore di The Fool, Andrea Fontana, co-fondatore e Presidente di Storyfactory, e Oscar Di Montigny, fondatore e Presidente di Be Your Essence.
Covid-19, in questa prima parte del 2020, sancisce la crisi del lavoro e della ricchezza, ma ancora di più può rappresentare la perdita di sé in quella che è una catastrofe economica e sociale. Paurosi, confusi, critici e speranzosi: così sono gli italiani in questo periodo. Emerge una sorta di negazione delle minacce future, da una parte c’è una certa ritrosia in molti pubblici ad accettare le difficoltà della nuova realtà in cui siamo entrati, dall’altra parte emerge una fatica di istituzioni e aziende a raccontare la crisi e a preparare le fasi successive a quello che verrà dopo. Una mancanza di immaginazione e progettualità a cui si dovrà rimediare.
L’analisi data-driven, basata su 1.308.088 conversazioni, ha indagato la percezione degli italiani sul concetto di Italia e italianità, con focus sul tema lavoro e occupazione. Nei riguardi del lavoro i numeri parlano di uno scenario completamente dedicato a un dualismo di emozioni estremamente polarizzate: speranza e paura
Gli Spaventati
Gli spaventati pensano che le misure attuali siano insufficienti e inadeguate e che il Governo e le istituzioni stiano dando dati non corretti o manipolati. Spaventa l’assenza di tamponi e ancora di più spaventano le misure di sostegno costruite più sui debiti che sugli aiuti. Spaventa il futuro: del lavoro, delle aziende, dei lavoratori, della scuola. E si inizia ad avere il timore che gli slogan positivi dell'andrà tutto bene siano solamente momenti di spirito. Il social distancing fa paura anche nel futuro, portando le persone a chiedersi se e quando avranno voglia di viaggiare, di andare al cinema, di essere in un “gruppo” che inizia ad essere meno gruppo, insomma una realtà di mezzo in cui si percepirà la presenza di molte mancanze e abitudini in meno e qualche paura in più.

I Confusi La confusione nel mondo del lavoro emerge per quanto riguarda la tutela delle persone: dalle mascherine (chi le darà? Le dovremo tenere in ufficio? Dove le compreremo?) ai viaggi all’estero (si potranno fare per lavoro? Quando?). Ma è forte anche la confusone e disillusione verso la burocrazia e la burocratizzazione degli aiuti e dei movimenti, a questo si aggiunge anche lo smarrimento rispetto ai razionali dietro ad alcune riaperture e il relativo impatto economico. Ci si chiede quali conseguenze affronteranno i vari settori aziendali e le attività ricreative, e - forse complice il bel tempo - molta confusione ha a che fare con le vacanze e la non comprensione di come, quando e se andremo.
I Critici sono su tre fronti: la disillusione e sfiducia, le discussioni sulle misure economiche e il fronte del turismo. Sul tema della disillusione ci si concentra sulla mancata percezione di una diminuzione dei contagi e su una critica alle metodologie adottate per gestire l’emergenza: entrambe impattano su economia e professioni senza la percezione del beneficio. Altro tema caldo è quello dei finanziamenti alle imprese, che portano con loro critiche sia alle modalità di intervento - a debito per le imprese - sia per le trattative europee in essere, con una forte critica al MES. Il turismo, leva dell’economia italiana, spaventa perché ritenuto incapace di adattarsi in breve tempo e di reggere il contraccolpo.
Gli Speranzosi La visione degli speranzosi è legata principalmente ad una auto-narrazione di convincimento, più che appartenenza, e alla “spinta” dei motti motivazionali di #andràtuttobene e #iorestoacasa. Una tenue speranza accarezza, invece, le misure economiche a supporto dei lavoratori, con una quantificazione di miliardi che - se non proprio convince - dà almeno gli strumenti per una narrazione possibilista. Rimane alto, anche negli speranzosi, il sentimento di vicinanza con il Premier e con il suo operato, raccontato con elogi ed espresso anche con umorismo, riconoscendo una funzione di guida autorevole e talvolta anche “benevola”.

Tra speranza e timore, un ruolo cruciale spetta ai decision maker. È tempo di pensare al mondo del post virus: un pensiero in cui le aziende devono porsi domande, per guardare oltre prefigurando modelli nuovi di impresa. Occorrono sistemi rigenerativi e resilienti, capaci di iniziative tempestive, coraggiose e lungimiranti. Bisogna cominciare a creare le condizioni per produrre valore, accogliendo il cambiamento e prendendo decisioni sostenibili.
Quali nuovi modelli di impresa per crescere, trasformarsi ed evolvere in organizzazioni sostenibili e resilienti? Il pericolo principale è pensare al Coronavirus come a un fenomeno isolato, senza storia, senza contesto sociale, economico o culturale. In effetti, nel mondo nuovo del dopo virus il vero pericolo sarebbe tornare alla vecchia normalità. Perché la normalità si è rivelata con tutti i suoi problemi, fatta - almeno in Italia - di burocrazia, assistenzialismo, attendismo, resistenza all’innovazione o interpretazione riduttiva di quella. Bisogna cominciare a creare le condizioni per produrre valore, e non limitarsi a distribuirlo o riceverlo.

“La storia ha dimostrato che i cambiamenti sociali avvenuti in un periodo di crisi diventano spesso permanenti” dichiara Oscar Di Montigny, fondatore e Presidente di Be Your Essence. “Il Coronavirus sta già avendo un forte impatto sulla nostra società ed economia mondiale, che porterà a forti cambiamenti nel nostro modo di lavorare. Nel frattempo i dati raccontano di aziende che si trovano in una posizione difficile e sotto pressione pubblica. La 'lezione' di questa pandemia dovrebbe portare il mondo del lavoro ad entrare in una nuova era in termini di aspettative pubbliche per la responsabilità sociale delle imprese. Le aziende dovrebbero riconsiderare seriamente la loro missione e i loro valori evolvendoli in una vera e propria vocazione, iniziando dal porsi domande come: perché l’azienda esiste? Chi la anima? In che modo la sua operosità può (e deve!) contribuire ad un futuro nuovo?”.

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Monouso e disinfettanti, con la pandemia è allarme ambiente

Tozzi, ci ritroveremo come e forse peggio di prima

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Chiudi Coronavirus: guanti e mascherine abbandonati in strada (ANSA) Coronavirus: guanti e mascherine abbandonati in strada

«Uscire dalla logica del monouso è il primo passo per evitare che l’effetto covid ci faccia perdere terreno sul fronte dell’emancipazione dalle plastiche». Parola di Mario Tozzi, geologo e divulgatore scientifico, noto al grande pubblico per programmi di grande seguito come il recentissimo “Sapiens. Un solo pianeta”, prodotto da Rai3. «Il mio timore – spiega Tozzi - è che, risolta la crisi sanitaria, come ci auguriamo succeda prima possibile, ripartiremo esattamente dal punto in cui eravamo rimasti. Ci ritroveremo come, e forse peggio di prima: i segnali ci sono già, pensiamo alla grande quantità di plastica che si genera fra mascherine e guanti. Sistemi di sicurezza che andrebbero confezionati in materiali biodegradabili, idrosolubili, e conferiti in appositi contenitori, non gettati alla rinfusa ovunque, come sta avvenendo. Pensare che eravamo quasi arrivati a eliminare le plastiche monouso. Adesso, con l’emergenza sanitaria, l’allarme plastica è tornato: la paura della crisi economica ci porterà a produrre peggio di prima, utilizzando nuovamente il carbone e altre risorse inquinanti che stavamo faticosamente cercando di lasciarci alle spalle. Un nuovo modello di sviluppo è possibile, ma dovrebbe fondarsi su un’armonica coesistenza con la ricchezza della vita, invece finiremo per imboccare la strada di prima. Forse, addirittura, una direzione peggiore». Mario Tozzi sabato 23 maggio ha portato il suo contributo al primo Digital Festival dedicato alla Biodiversità, promosso da Fondazione FICO che per due settimane, fino al 5 giugno Giornata Mondiale dell’Ambiente, da voce a scienziati, esperti e “ambasciatori” di sostenibilità come Andrea Segrè, Luca Mercalli, Filippo Giorgi, Eliana Liotta, Elisabetta Moro, Marino Niola, Davide Rondoni, Massimo Cirri, Paolo Fontana, Duccio Caccioni, Salvatore Ceccarelli, Antonio Cianciullo, Matteo Dell’Acqua, Diego Pagani, Antonia Klugmann, Filippo La Mantia e molti altri. “Sapiens: un nuovo modello di sviluppo” titola l’intervento di Tozzi: «È urgente con la pandemia che i Paesi si dotino di un piano sistematico di smaltimento dei dispositivi sanitari, in particolare quelli in plastica – spiega ancora Tozzi – Il conferimento dovrebbe essere predisposto in contenuti speciali, come quelli predisposti negli ospedali per le mascherine chirurgiche, ma ancora non esistono per i cittadini, e tutti si arrangiano come possono. Personalmente cerco di riutilizzare la mia mascherina finchè è possibile, e prima di gettarla la ripongo in attesa che esaurisca la sua eventuale carica virale. La verità è che dovremmo produrre questi dispositivi con materiali completamente riciclabili e poi igienizzarli, prima di buttarli definitivamente. Si pone poi la questione “chimica” legata ai prodotti igienizzanti: non abbiamo ancora dati scientifici rispetto all’inquinamento ambientale, il cloro resta l’aspetto più preoccupante: in misura modesta per l’ambiente e in termini da verificare per la salute delle persone. In parte evapora, infatti, e in parte rimane depositato sulla pelle».Conclude Mario Tozzi che «la biodiversità è la ricchezza della vita: se pensiamo che i sapiens possano bastare a se stessi, abbiamo fatto un errore tragico di prospettiva. In questo tempo di pandemia, trattare il tema è fondamentale: eliminare la biodiversità, deforestare, aggravare il consumo del suolo, eccedere nelle monoculture intensive finisce per depredare porzioni di territorio naturale in favore delle espansioni urbane, degli allevamenti e delle colture intensive. Con conseguenze rilevanti. Le ultime otto, nove pandemie hanno tutte origine nelle scellerate attività umane che generano distruzione ambientale. È necessario pensare a un nuovo modello di sviluppo. I cieli sono diventati più puliti dopo un solo mese di lockdown sia in Cina che nella pianura padana, ovvero a due latitudini fra le più inquinate del mondo. Questo dimostra che il problema era proprio l’eccessiva prepotenza dei sapiens. Il modello di sviluppo alternativo esiste, è accanto a noi. L’errore è pensare di doverlo barattare con un’economia prosperosa. Ma non esiste economia, senza una biosfera sana. Non esiste ricchezza dell’economia, non esiste capitale economico se non c’è un capitale naturale adeguatamente conservato. Questo i sapiens sembrano non volerlo capirlo».

 

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Da Pasquale Bruni gioielli la spesa a casa ai medici

A 75 medici di base tra Valenza e Alessandria con Maggiordomus

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Chiudi I gioielli di Pasquale Bruni (ANSA) I gioielli di Pasquale Bruni

Pasquale Bruni, maison di gioielleria con headquarter produttivo a Valenza si è unita a Maggiordomus, prima azienda di servizi dedicata alla semplificazione della vita quotidiana delle persone, per una charity inedita a supporto dei medici di base del territorio di appartenenza.
    Pasquale Bruni ha deciso di donare a tutti i 75 medici di base di Valenza ed Alessandria, impegnati giorno e notte per far fronte all'emergenza sanitaria che ha colpito la provincia, un servizio settimanale di spesa a domicilio per i mesi di maggio, giugno e luglio. "Il gesto - spiega una nota- vuole esprimere la più profonda gratitudine per lo sforzo profuso, in questo difficile periodo, come prima linea di aiuto e soccorso alla collettività: un lavoro inestimabile"."Abbiamo pensato - scrive la famiglia Bruni - che in questo delicato momento che stiamo vivendo e che vi vede impegnati in prima linea in questa incredibile emergenza il vostro tempo è più che mai prezioso e la nostra intenzione è quella di provare a regalarvene un po'. Nella speranza che questo momento sarà presto solo un ricordo, di cui voi siete e resterete gli eroi e in cui tutti saremo liberi ma uniti, come lo siamo ora nella preghiera e nel vero senso della vita". (ANSA).
   

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Via a #PasstheMic, Fauci scrive sul profilo Instagram di Julia Roberts

Le celebrità 'donano' l'accesso ai loro social agli esperti di coronavirus

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Passa il microfono' (#PasstheMic): da oggi, e per alcune settimane, le celebrita' di Hollywood passano letteralmente il 'loro' microfono ai massimi esperti mondiali di Covid-19, per dare eco alle voci della scienza, a dati e studi sulla lotta alla pandemia. Con l'obiettivo di contrastare il dilagare di fake news.    

Volti famosi come Julia Roberts, Hugh Jackman, Sarah Jessica Parker 'donano' cosi' l'accesso ai loro account di social media - e quindi ai milioni di 'followers' - a scienziati, politici, medici, economisti e lavoratori in prima linea contro il virus.

 


    L' iniziativa - lanciata da 'One Campaign', l'organizzazione globale per prevenzione della poverta' e delle malattie trasmissibili - parte oggi: Anthony Fauci, massimo immunologo mondiale e membro della task force della Casa Bianca sul SARS-Cov-2, si 'affaccera'' sull' account Instagram di Julia Roberts.

    Poi, tra gli altri, anche Rita Wilson - l'attrice moglie di Tom Hanks, colpita e sopravvissuta all'infezione con il virus - cedera' i suoi 'account'. Twitter, Facebook, snapchat, Instagram di volti noti saranno cosi' presi da dibattiti e spiegazioni sulla diffusione e i metodi di prevenzione del covid-19.

    "Combattere il virus vuol dire stare a sentire gli esperti, seguire fatti e informazioni scientifiche - ha detto il presidente di 'ONE Campaign', Gale Smith - questo gruppo di talenti ed esperti internazionali spieghera' il bisogno di una risposta globale alla pandemia. Perche' nessuno di noi e' al sicuro sino a che ognuno di noi e' al sicuro". 

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A New York anche Chrysler Building avrà il suo osservatorio

Al 61/o piano dell'iconico grattacielo in Art Deco

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Chiudi Coronavirus in New York (ANSA) Coronavirus in New York

Anche il Chrysler Building avrà il suo osservatorio. Il grattacielo in art deco nei pressi di Grand Central, considerato uno dei maggiori simboli di New York, nonché scenario per film come Armageddon, Godzilla, I fantastici 4, si unisce così alla lista degli edifici dal cui tetto è possibile ammirare il panorama della Grande Mela. Il progetto è stato approvato dalla Landmarks Preservation Commission visto che dal 1976 il Chrysler è un National Historic Landmark (monumento storico nazionale) e richiederà l'installazione di vetrate protettive lungo il 61/o piano.
    Secondo la nuova proprietà, le società immobiliari RFR Holding e Signa Holding, lo scopo è quello di riportare il grattacielo alla sua vecchia gloria. "Vedo l'edificio come una Bella Addormentata - ha dichiarato Any Rosen, della RFR Holding - ha bisogno di essere svegliato e rivitalizzato". Il piano di cosiddetta rivitalizzazione in parte prende ispirazione dal famoso Cloud Club, l'esclusivo ristorante e piano-bar a ingresso selezionato aperto nel 1930 con sede ai piani 66, 67 e 68. Il club fu aperto quando il Chrysler aveva il primato dell'altezza a New York e serviva anche da speakeasy durante gli anni del proibizionismo. Fu chiuso nel 1979. Quella stessa esperienza di esclusività vuole essere ricreata con una serie di ristoranti ai piani 61 e 62.
    Definito nel 2005 il 'più bel grattacielo di New York', il Chrysler può vantare nel suo passato di avere avuto un osservatorio-planetario al 71/o. Non a caso fu chiamato The Celestial tuttavia fu chiuso nel 1945. Inaugurato nel 1930 per per ospitare la sede della casa automobilistica Chrysler, con i suoi 319 metri di altezza e 77 piani è stato il grattacielo più alto del mondo fra il 1929 e il 1931, quando venne superato dall'Empire State Building. Dall'esterno il colpo d'occhio e la cima costituita dalla caratteristica cuspide metallica di 38 metri di altezza realizzata con uno speciale acciaio inossidabile. E' scandita da sette archi ellittici sovrapposti in cui, su ciascun prospetto, si aprono 30 finestre triangolari smerlate disposte a raggiera.
    Caratteristiche anche le decorazioni spesso ricche di allegorie volute dallo stesso Mr Chrysler, alcune di esse riproducono i tappi alati dei radiatori dei modelli Chrysler del 1929 o il fregio raffigurante ruote di automobili stilizzate con enormi perni argentati a imitazione dei coprimozzo e griglie d'aerazione esterne analoghe alle prese d'aria laterali delle automobili. Al piano dove è previsto l'osservatorio ci sono invece otto doccioni zoomorfi in acciaio che raffigurano delle aquile stilizzate, simbolo dell'America, ma anche stemma del modello Chrysler più lussuoso dell'epoca, la Chrysler Imperial.
    A differenza dell'Empire State Building, che ospita da sempre soltanto uffici, attività commerciali, il Chrysler Building ospita sia uffici che alcune esclusive unità immobiliari residenziali, tra cui il grande appartamento di rappresentanza di Walter P. Chrysler che originariamente occupava gran parte dei piani 69 e 70.

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Camera della moda Usa e inglese, il sistema deve cambiare

Invito a rallentare, due collezioni l'anno e più qualità

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Chiudi L'AGENCE - New York Fashion Week 2020 Fall/Winter collection (ANSA) L'AGENCE - New York Fashion Week 2020 Fall/Winter collection

 "Siamo uniti nella salda convinzione che il sistema moda debba cambiare a tutti i livelli. Questi cambiamenti sarebbero stati necessari da tempo e le ricadute dovute al Coronavirus ci hanno spinti a dare priorità al processo di rielaborazione del nostro settore": è quanto scrivono il Council of Fashion Designers of America (Cfda) diretto da Tom Ford, cui sono affiliati oltre 450 stilisti statunitensi, e il British Fashion Council (Bfc).
    "Incoraggiamo - è l'invito delle due camere della moda - i nostri marchi, designer e retailer, abituati all'implacabile velocità della moda, a rallentare". Una riflessione che sembra discendere da quanto scritto da Giorgio Armani qualche settimana fa in una lettera aperta a WWD: rallentare, tornare all'autenticità il senso del suo discorso, condiviso poi da una pattuglia di designer e addetti ai lavori riuniti da Dries Van Noten in un documento dalle posizioni simili. Ora sono due associazioni ufficiali a dire che "Per molto tempo ci sono state troppe consegne e troppe produzioni. Dato l'ammontare di inventario accatastato, stilisti e negozianti devono pensare al ciclo delle collezioni ed essere strategici sui prodotti e le tempistiche di vendita". E a sottolineare che "c'è una chiara disconnessione tra quando la merce arriva nei negozi e il momento in cui i consumatori ne hanno davvero bisogno.
    Raccomandiamo fortemente agli stilisti - si legge ancora - di concentrarsi su non più di due collezioni principali l'anno".
    Insomma, basta sfilate per precollezioni o linee cruise, che si possono tranquillamente presentare in showroom, evitando così di far muovere addetti ai lavori in giro per il mondo. Le sfilate - è la considerazione delle due associazioni - è meglio concentrarle nelle settimane a loro dedicate. Stesso discorso per il prodotto: creare un capo di alta qualità e con un alto contenuto creativo aumenterà la durata delle merci sugli scaffali e farà crescere il rispetto dei consumatori, anche nell'ottica della sostenibilità. 
   

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Smart working, 10 consigli per 'sopravvivere' ai dolori

Fare una pausa ogni 30 minuti e avere una sedia adeguata sono fondamentali

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Chiudi smart working e mal di schiena. foto iStock. (ANSA) smart working e mal di schiena. foto iStock.

L’emergenza Coronavirus ha costretto milioni di persone, in Italia e all’estero, a lavorare da casa attuando la pratica dello smart working. Mezzo milione prima della pandemia Covid, 8 milioni con il lockdown in Italia secondo l'indagine promossa dall'Area politiche di genere della Cgil e realizzata insieme alla Fondazione Di Vittorio: il ricorso allo smart working al tempo del coronavirus è esploso. Una modalità di lavoro diventata spesso necessità di fronte alle misure di sicurezza e alle restrizioni anti-contagio, che un lavoratore su sei vorrebbe proseguire anche dopo l'emergenza. Più gli uomini, che le donne, per le quali lavorare da casa risulta più pesante. Se all'inizio è sembrata una soluzione fisicamente 'comoda' a lungo andare ci siamo tutti ritrovati con la schienza spezzata e problematiche posturali dovute a un periodo prolungato d’inattività: basti pensare che secondo una ricerca della World Health Organization pubblicata sul portale britannico Daily Mail il 72% dei lavoratori intervistati ha ammesso di soffrire di lombalgia, acutizzatasi in questa fase di quarantena. E ancora, l’utilizzo scorretto di smartphone e PC provoca a lungo andare quello che i britannici chiamano “tech neck”, ovvero il collo segnato dalla postura tipica di chi china il capo e che colpisce soprattutto i millennial. Problematiche che ottengono grande risalto anche sui social: da un monitoraggio su Instagram è emerso come l’hashtag #Backpain abbia oltre 1 milione di menzioni e #Techneck oltre 12mila.

Ma quali sono i consigli degli esperti per prevenire e curare le patologie legate allo smart working? La prevenzione inizia a tavola con un regime alimentare sano ed equilibrato per combattere la sedentarietà e continua prestando attenzione all’utilizzo di sedie ergonomiche adeguate al tratto lombare, facendo inoltre delle brevi pause almeno ogni 30 minuti di lavoro. Fondamentale è anche compiere esercizi di allungamento per la mobilità muscolare e seguire una routine rilassata. “L’emergenza sanitaria ha drasticamente cambiato lo stile di vita di milioni di italiani soprattutto in relazione allo smart working che ha causato un aumento della sedentarietà e delle problematiche posturali – ha spiegato la dott.ssa Angela Amodio, fisioterapista specializzata in neuroriabilitazione – Rimanere seduti per ore e ore in una posizione scorretta provoca un intorpidimento muscolare che può portare a patologie più acute come cervicalgia, crisi vagali, nausee e vertigini. Per questo motivo è consigliabile fare una pausa almeno ogni 30 minuti e muoversi all’interno della propria abitazione, munirsi di una sedia ergonomica che valorizzi il tratto lombare e compiere una serie di esercizi finalizzati ad allenare la mobilità muscolare. Attenzione anche alla salute oculare: durante lo smart working lo schermo va tenuto all’altezza degli occhi per evitare ulteriori problematiche alla vista. Per curare le numerose problematiche posturali, infine, un valido aiuto arriva dalla Theal Therapy, che grazie alle sue lunghezze d’onda agisce direttamente sulla componente infiammatoria, riducendo alla radice il dolore associato”.
Ma quali sono le problematiche più diffuse a causa dello smart working prolungato? Al primo posto spicca la lombalgia, spesso dovuta a posture scorrette su sedie che comprimono in maniera eccessiva le vertebre lombari. A seguire le crisi vagali accompagnate da senso di nausea, spossatezza e vertigini, e cervicalgie, che provocano intorpidimento e formicolio al collo. Ma non è tutto, perché fissare lo schermo di dispositivi elettronici per un periodo di tempo prolungato può causare disturbi astenopici come secchezza oculare, affaticamento, senso di bruciore e visione offuscata.
Ecco infine i 10 consigli degli esperti per prevenire e curare le più frequenti patologie legate allo smart working:
1. Fare una pausa almeno ogni 30 minuti e muoversi in giro per la casa: è fondamentale per evitare una stasi muscolare legata a prolungati periodi di inattività e rimettere in moto la circolazione sanguigna.
2. Munirsi di una sedia adeguata al tratto lombare: le posture scorrette sono spesso dovute a postazioni non ergonomiche. Utilizzare una sedia da ufficio oppure autotrattarsi con cuscini o rialzi che allineino le vertebre è utile a prevenirle.
3. Attenzione allo sguardo fisso rivolto verso il PC: lo schermo andrebbe tenuto alla stessa altezza degli occhi in modo da evitare disturbi astenopici e rigidità nel tratto cervicale.
4. Effettuare esercizi dinamici di mobilità: compiere il cosiddetto “allenamento da scrivania” innalzando le braccia verso l’alto o effettuando degli squat aiuta a mantenere attivo il comparto muscolare.
5. Creare uno spazio di lavoro adeguato: è consigliabile lavorare seduti con le braccia appoggiate sulla scrivania, favorendo il giusto distanziamento tra i polsi ed evitando di lavorare sulla poltrona o sul letto.
6. Non sottovalutare l’importanza di un regime alimentare equilibrato: la prevenzione inizia a tavola con una dieta sana che prediliga fibre, frutta e verdura in modo da combattere la sedentarietà prolungata e il rischio di sovrappeso.
7. Creare una routine mattutina rilassata: è consigliabile mantenere ritmi e orari regolari, iniziando a lavorare o studiare all’orario consueto e terminando alla stessa fascia oraria.
8. Idratarsi è fondamentale: tenere sempre a portata di mano una bottiglietta d’acqua aiuta a regolare la temperatura corporea, favorisce la digestione e l’eliminazione di tossine in eccesso.
9. Assumere una giusta postura anche a letto: riposare bene aiuta a essere meglio concentrati e produttivi. Per questo motivo è consigliabile dormire in posizione supina con un cuscino sotto le gambe oppure di fianco con un cuscino tra le gambe.
10. Un valido aiuto arriva dalla laserterapia: grazie al processo di fotobiomodulazione è possibile recuperare in tempi brevi da lombalgie e altre problematiche posturali.

 

 

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Mascherine, come curare la pelle e come truccarsi

Consigli alle domande più frequenti

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Chiudi mascherine e beauty routine foto iStock. (ANSA) mascherine e beauty routine foto iStock.

Molto più di un accessorio: la mascherina è stato un preziosissimo alleato della salute (la propria e quella altrui) in questi mesi di emergenza e continuerà a esserlo anche per tutta la Fase 2. Il suo frequente utilizzo, però, costringe a rivedere la propria beauty routine per prevenire reazioni cutanee e piccoli inconvenienti estetici. Ecco sul tema domande e risposte sul rapporto tra cura della pelle e mascherine, spiegate da Treatwell.

La mascherina ha conseguenze per la pelle?
Pur essendo realizzate con materiali anallergici, il contatto prolungato tra la pelle e le mascherine può provocare alcuni fastidi. A causa della respirazione e della sudorazione, l’umidità aumenta nell’area coperta dal tessuto: ciò contribuisce a rendere l’epidermide più sensibile, incrementando il rischio che si manifestino sfoghi cutanei. Anche i brufoli sono dietro l’angolo in questo periodo di forte stress, a cui il corpo reagisce con la produzione di cortisolo, un ormone che, influendo sulla circolazione sanguigna e sull’equilibrio dell’organismo, può portare alla comparsa di imperfezioni o arrossamenti. Un trattamento viso biorivitalizzante può essere allora una valida soluzione: grazie a un’azione combinata di scrub, sieri, creme idratanti e lenitive e massaggi mirati, è in grado di infondere energia alla pelle stressata.
C’è poi la possibilità di optare per una pulizia del viso associata a un rituale dermopurificante, che contrasta i rossori, le impurità e il temuto effetto lucido che affligge sia la zona del viso nascosta dalla mascherina che quella scoperta, ossia la fronte. Dopo un massaggio che, partendo dalle tempie, si estende a guance e mento, messi a dura prova dall’attrito con la mascherina, si passa all’applicazione di una maschera enzimatica e di una crema lenitiva e idratante. Una coccola must per le pelli sensibili e irritate è il trattamento viso alla peonia, capace di combattere i rossori diffusi e dare sollievo alla cute, uniformando, illuminando e rinfrescando delicatamente l’incarnato.

Quali sono gli step fondamentali della skincare a prova di mascherina?
Lavare il viso mattino e sera è sempre un’abitudine cruciale per il benessere della propria pelle e, ora che la cute viene sollecitata per lunghe ore dalla mascherina, è più che mai fondamentale non saltare l’appuntamento con la detersione quotidiana. Altro passaggio imprescindibile è l’applicazione di un prodotto idratante sia al risveglio che prima di andare a letto.
Una volta a settimana si può procedere con una leggera esfoliazione, evitando però i prodotti troppo aggressivi. L’attrito con la mascherina, infatti, si traduce in un’aumentata sensibilità della pelle, quindi meglio puntare su cosmetici delicati e a base di vitamina C, prezioso alleato per quanto riguarda la riparazione dei tessuti e infallibile arma contro il rilassamento cutaneo. Anche in salone è possibile richiedere un trattamento viso alla vitamina C, che aiuta a ridurre le discromie e a schiarire la pigmentazione.
Anche i cosmetici a base di vitamina E aiutano a tenere a bada screpolature e invecchiamento della cute grazie alla loro capacità di contrastare i radicali liberi.
Dalla mascherina alla maschera il passo è breve. Concedersi con regolarità una face mask idratante e lenitiva, sia essa in tessuto che “spalmabile”, è particolarmente indicato dopo aver indossato a lungo i dispositivi di protezione, se si punta a lenire le irritazioni, ridurre gli arrossamenti e coccolare la pelle a 360 gradi.

Il trucco è off limits?
Il make-up non è vietato, ma il contatto tra la mascherina e fondotinta o polveri potrebbe aumentare il rischio di ostruzione dei pori e di irritazioni. Se possibile, Treatwell consiglia di lasciar “respirare” il più possibile la pelle, senza occludere i pori con formule molto coprenti o prodotti “invasivi” che, tra l’altro, se non sono no-transfer, rischiano anche di “stamparsi” sul tessuto della mascherina. Meglio quindi concentrare la propria creatività sullo sguardo. Via libera dunque a sedute di threading o colorazione sopracciglia per arcate impeccabili. Per ciglia da Bambi anche senza mascara e scongiurare l’effetto panda in caso di improvvisi spostamenti verso l’alto della mascherina, c’è la laminazione, che dona una curvatura naturale ma irresistibile grazie all’azione combinata di cheratina e sottili fasce di silicone.

Niente rossetto, quindi labbra in secondo piano?
Lontano dagli occhi…ma non dalla beauty routine. È vero che la mascherina nasconde la bocca (ed eventuali baffetti coltivati in quarantena e non ancora estirpati dall’estetista), ma non per questo bisogna ignorarla. Il continuo sfregamento contro il tessuto mette infatti in pericolo anche le labbra. Per mantenerle morbide e in buona salute, applicare generosamente il burrocacao, per preparale al momento in cui sarà possibile sfoggiare tutte le nuance della propria collezione di rossetti. Inoltre, un delicato scrub, realizzabile aggiungendo qualche granello di zucchero al proprio balsamo labbra, è molto utile per eliminare le pellicine e riattivare la circolazione, favorendo il rinnovo cellulare.

Con la mascherina si può rinunciare alla protezione solare?
Anche se si indossa la mascherina il fattore di protezione non è un optional. Utilizzare una crema con protezione SPF sia nelle zone esposte che in quelle coperte dal tessuto è fondamentale per schermare la pelle dai raggi UVA e UVB, dannosi per la salute e responsabili dell’accelerazione del processo di invecchiamento.

SOS orecchie: come comportarsi?
L’attrito degli elastici può causare arrossamenti e irritazioni anche sul padiglione auricolare. La situazione, poi, rischia di peggiorare quando si portano gli occhiali, in quanto la montatura sollecita lo stesso punto. Per ridurre lo sfregamento e, di conseguenza, la sensazione di fastidio si può applicare sulle orecchie una crema lenitiva come “barriera” oppure applicare nella zona interessata un cerotto – meglio se traspirante – morbido o “spugnoso” oppure un sottile strato di ovatta da fermare direttamente con gli elastici della mascherina.

Che cosa fare dopo aver tolto la mascherina?
La cura della pelle post-mascherina può davvero fare la differenza. Ogni volta che si rimuove il dispositivo di protezione, se possibile, Treatwell consiglia di lavare accuratamente il viso con acqua e con un prodotto delicato, preferibilmente a base di camomilla o calendula, piante dalle note proprietà lenitive e antinfiammatorie. Ovviamente prima di procedere è fondamentale lavarsi bene le mani. Prezioso alleato delle pelli più delicate è anche la pulizia del viso con ultrasuoni: sul volto viene appoggiato uno strumento capace di generare onde sonore, che a loro volta producono un piacevole massaggio e rimuovono le impurità.

Dopo la detersione bisogna sempre assicurarsi che la pelle sia ben idratata: oltre a bere tanta acqua – regola numero uno di ogni beauty routine che si rispetti – è quindi bene applicare una crema. Esistono anche specifici trattamenti viso idratanti per rispondere all’SOS aridità lanciato dalla pelle stressata. L’estetista in questo caso applica con un massaggio un cocktail di vitamine e olii essenziali privi di parabeni per nutrire e illuminare anche l’epidermide più secca.

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La scena New Soul dall'America all'Europa, otto nomi da sapere

Da Sharon Jones agli italiani Calibro 35

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Chiudi US soul and funk singer Sharon Jones (ANSA) US soul and funk singer Sharon Jones

C'è una ricchissima scena New Soul che da tempo caratterizza la produzione musicale contemporanea.
    L'epicentro è naturalmente l'America ma quello che colpisce è che si tratta di un fenomeno trasversale che coinvolge anche l'Europa, e non solo, come da tradizione l'Inghilterra: oggi ci sono etichette discografiche indipendenti di alto livello in mezzo continente, innanzitutto in Italia vedi la Record Kicks, e band e artisti che vengono da paesi tipo Olanda, Portogallo, Finlandia che raramente compaiono nella geografia musicale.
SHARON JONES & THE DAP - KINGS - La citazione è d'obbligo perché Sharon Jones è stata la voce di quel movimento di musicisti di Brooklyn, catalizzati attorno alla Daptone Records, che di fatto ha generato il fenomeno di cui stiamo parlando. Per intendersi i Dap-Kings sono la band che suona in "Back To Black" di Amy Winehouse. Sharon Jones è stata una cantante trascinante e una donna che aveva un conto aperto col destino. Ha fatto la gavetta da corista, poi per vivere anche la guardia carceraria. La sua carriera da cantante di livello internazionale è iniziata dopo i quarant'anni: nel 2010 si è ammalata di tumore che, dopo un'apparente guarigione, se l'è portata via nel 2016. Ha lasciato una ricca eredità musicale fatta di gioiellini soul e di concerti pieni di passione e di qualità strumentale.
    NICK WATERHOUSE - Uno strano tipo questo trentacinquenne di Los Angeles, innamorato degli Animals e dei primissimi Who, quando Pete Townsend e soci si chiamavano High Numbers. Ha un'aria e un look tra Buddy Holly e il giovane professore da Ivy League ma nel sound squisitamente retro ma non privo di personalità non c'è niente di artefatto. Piuttosto è una riedizione aggiornata del suono fangoso e laid back del Sud, tipo Muscle Shoals Sound Studios (assolutamente da guardare il docufilm su questi studi avvolti nel mito , "Muscle Shoals, Dove nascono le leggende"), con un mix ad alta temperatura di R&B, Soul, Rock, il tutto condito da una voce piena di drive e canzoni originali che parlano al presente anche se sono piene di storia.
    MARTA REN - Marta Ren è di Oporto ed è una delle star femminili del soul funk indipendente europeo. Insieme ai Groovevelvets si è messa in luce con una musica che viene direttamente dai dischi dei grandi della Black Music. Marta è giovane e fascinosa, ha grande talento e un'attitudine molto rock: in questo contesto, avere un personaggio così come voce solista è quanto di meglio possa capitare a una band di Soul Maniacs.
    HANNAH WILLIAMS - E' uno dei grandi talenti della scena British. Viene da Bristol, la città del Trip-Hop, discograficamente parlando ha debuttato nel 2012 ma è nel 2015 che il suo nome è emerso sulla scena internazionale quando Jay-Z, per il suo brano "4:44", ha campionato "Late Nights and Heartbreaks", title track del secondo album della Williams.    Hannah ha tutto per diventare una star: voce, personalità, un'ottima band, The Affirmations, la capacità di allargare i confini del Soul per avventurarsi nel rock come nella Black Music contemporanea.
    THE TIBBS - Vengono da Amsterdam, sono sulla scena da una decina d'anni e sono cresciuti a pane e Soul Music. Sono molto divertenti, solidi, Elsa Bekman, la voce solista, sa il fatto suo e la loro musica riflette in pieno il sound dei giovani apostoli della Black classica.
    BOBBY OROZA - Viene da Helsinki ed è un personaggio che per la sua capacità di mescolare il Soul alle influenze chicane ricorda Willie De Ville. Figlio di musicisti, Bobby ha ereditato dal padre boliviano la passione per la musica latina, ha un look da crooner un po' consumato dalle notti troppo lunghe e una capacità di scrivere ballad dal fascino sorprendente.
    THE MONOPHONICS - Una band di San Francisco che è una delle realtà più originali di questa scena neo soul. Assolutamente da ascoltare la loro cover di "Bang Bang", il classico scritto da Sonny Bono. Rispetto a tutti i nomi citati finora, a caratterizzarli è una vocazione psichedelica molto vicina a certi gruppi degli anni '70, anche se non perdono mai la loro radice soul. Kelly Finnigan, voce, organo e tastiere, è un cantante sicuramente fuori dal comune che, tra l'altro, ha anche inciso un interessante disco solista. In Europa si sono fatti conoscere come backing band di Ben l'Oncle Soul, cantante francese che è a sua volta una star del genere e che merita di essere conosciuto.
    CALIBRO 35 - Un'eccellenza italiana, band di culto conosciuta a livello internazionale e ormai nome simbolo del movimento che si ispira alla musica dei poliziotteschi italiani degli anni '70 Formata da musicisti dal curriculum poderoso, la band mescola con disinvoltura funk, rock, jazz, rilegge brani di Morricone, Trovajoli e Bacalov, con un sound cinematografico che è la colonna sonora perfetta per la lettura di un bel romanzo hard boiled, magari di Giorgio Scerbanenco, dal cui libro è stato preso in prestito il titolo dell'album "Traditori tutti".

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Trend in Usa, contro lo stress in quarantena meglio un aperitivo italiano

Forbes propone in Usa versione Made in Italy di Happy Hour

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Stressati dalla quarantena Covid-19? Il rimedio è l'aperitivo italiano. Lo pensa la celebre rivista economica Forbes la quale raccomanda anche di farlo all'italiana senza adattamenti americani. Un happy hour, quindi, non a base di solo alcol ma accompagnato da stuzzichini e che garantisca appieno la sua funzione originaria, quello di essere consumato prima dei pasti per stimolare l'appetito. Forbes suggerisce anche di usare musica italiana come sottofondo e soprattutto di chiudere Zoom (piattaforma di videoconferenza, ndr).
    "L'Aperitivo di solito si riferisce ad un drink specifico, anche non alcolico, consumato dopo lavoro o prima di cena per anticipare il pasto - scrive Forbes citando Rosario Procino, napoletano e co-proprietario della pizzeria Ribalta a New York - di solito è accompagnato da stuzzichini". Procino aggiunge anche che al giorno d'oggi l'aperitivo in Italia non si riferisce più solo ad un drink piuttosto ad un luogo e un'ora del giorno. "E' un momento specifico della vita sociale italiana" - aggiunge.
    In tempi di coronavirus, l'aperitivo all'italiana può essere tranquillamente replicabile a casa, forse anche meglio di quanto possa offrire un tipico bar americano. La carta vincente è il cibo a disposizione a casa e replicando un'altra tradizione italiana, quella di intrattenere gli ospiti prima di cena appunto con un drink e qualcosa di leggero da spiluccare per evitare che l'alcol faccia danni.
    Con i supermercati presi d'assalto per timore di rimanere a secco di cibo durante la pandemia, i frigoriferi delle case americane sono pieni più del solito di ogni bene di conforto.
    Non occorrono grandi doti quindi per preparare in pochi minuti uno stuzzichino per accompagnare l'aperitivo. "Basta bagnare il pane raffermo nell'olio solo da un lato - suggerisce Pasquale Cozzolino, chef napoletano trapiantato a New York - poi farlo abbrustolire in padella e come una bruschetta condirlo a piacimento con pomodori, melanzane, formaggio, o semplicemente olio ed origano".
    Non a caso anche Forbes suggerisce ai suoi lettori di accompagnare sempre l'aperitivo con snack salati, come patatine, noccioline, olive, focaccia. Poi chiude il suo articolo con una frase motto che ancora una volta incarna una tradizione italiana, 'Smile, eat, repeat' (sorridi, mangia, ripeti, ndr).
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Sorrentino fotografa Roma, La Grande Bellezza dell'era Covid

Direttore Vanity per una volta, 'curiosità morbosa di fare foto'

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Chiudi Coronavirus: Roma deserta (ANSA) Coronavirus: Roma deserta

La Roma deserta, irreale, potente, nella sua solitudine, toccante quando il Papa l'ha attraversata a piedi con l'Altare della patria nello sfondo, una Roma in apnea per tanti giorni in cui risuonavano sirene e non girava anima viva, una Roma da 'Grande Bellezza' è stato detto sin dall'inizio dell'emergenza Covid-19 evocando il film Oscar di Paolo Sorrentino, specie nelle immagini dall'alto filmate dai droni.
    "Avevo una necessità, quasi una curiosità morbosa di fare foto in una Roma così incredibilmente vuota": Paolo Sorrentino come tutti smanioso di immortalare un momento eccezionale. Il regista, al contrario di tanti fotografi dilettanti, ha avuto la possibilità di farlo in occasione della direzione artistica di un numero speciale di Vanity Fair per il quale ha girato la città e l'ha filmata. "Anche quando ho girato La Grande Bellezza la città era deserta ma era d'estate e il set era sempre di notte, tra le 3 e le 5 del mattino, invece era di giorno che volevo vederla, un'occasione unica poterla fotografare così vuota sempre", aggiunge il regista che compirà 50 anni il 31 maggio ed è impegnato nella preparazione, per quanto rallentata dall'emergenza coronavirus, del nuovo film Mob Girl con Jennifer Lawrence. Secondo rumors, non confermati, starebbe pensando anche ad un film su Napoli, la sua città, e sul governatore VIncenzo De Luca (Lo Sceriffo, come sulla bibbia del cinema Imdb è apparso il mese scorso come titolo in preproduzione, successivamente rimosso). Quanto alla direzione artistica del magazine di Condè Nast, dopo "migliaia di mail e molte telefonate" Sorrentino cita David Foster Wallace e il titolo di un suo celebre libro: Una cosa divertente che non farò mai più.

   

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Abitare, c'è un prima e dopo Covid-19. Le soluzioni dei designer

Case, quartieri, spazi comuni, la task force dell'architettura si riprende il ruolo sociale

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Chiudi Cortili e terrazzi comuni, piazze di quartiere saranno il fulcro di una ritrovata socialit�, attrezzati con elementi a miscura di micro-comunit� per il DesignTech Hub (ANSA) Cortili e terrazzi comuni, piazze di quartiere saranno il fulcro di una ritrovata socialit�, attrezzati con elementi a miscura di micro-comunit� per il DesignTech Hub

C'è un 'prima' e un 'dopo' Covid-19 nelle nostre vite: due mesi sospesi che hanno condizionato tutto e continueranno a farlo. L’emergenza Covid-19 sta cambiando anche le regole dell’abitare e la progettazione di quartieri, edifici, condomini e abitazioni muta rapidamente in nome di uno spiccato (e mai realizzato fino ad oggi) rispetto per l’ambiente, per la nostra salute e per le dinamiche vissute all’interno delle abitazioni. In questi mesi di lockdown le nostre abitazioni si sono rivelate insufficienti a soddisfare i nuovi bisogni di famiglia, lavoro, socialità e igiene e sono diventate obsolete. Alla lunga magari tutto sarà come prima ma per ora la quarantena che ha contagiato tutto il mondo ha stimolato momenti di riflessione per architetti, designer e progettisti intenti a tracciare nuovi modi per abitare. 
Osservare le nostre città vuote, apparentemente prive di vita, ha riabilitato il ruolo sociale dell’architettura nella creazione della nostra identità sociale, siamo le nostre città, le nostre strade, i nostri monumenti.

Traccia il futuro dell’abitare il team ‘Design Force’ composto da numerosi e rinomati studi di archiettura e design italiani ed internazionali, insieme ad imprese e professionisti, nel progetto di DesignTech nell’ambito di Mind (Milano Innovation District), hub di innovazione tecnologica dedicato al design. Gli edifici avranno una sorta di data di scadenza e, quando invecchiati, potranno essere smontati invece che demoliti perché costruiti in blocchi e i moduli saranno interamente riciclabili in nome dell’economia circolare. Gli edifici saranno naturalmente attivi in modo autonomo, cioè progettati in modo biodinamico. Avranno sistemi di aereazione e regolazione della temperatura comandati da camini solari e torri del vento, saranno illuminati con luce naturale e dotati di soluzioni isolanti e di schermatura solare oltre che composti da materiali nobili per l’ambiente, come il legno, dall’effetto caldo, e non solo i modernissimi acciaio e cemento.

E il design interno alle nuove abitazioni? Il lockdown ha dato nuova linfa alle idee di archietti e designer che stanno progettando nuovi sistemi di ventilazione naturale e ricambi d’aria automatici aperti e non più chiusi come accade ora quando si usa l’aria condizionata. Comanderemo porte e superfici di casa con sensori anche indossabili o controlli vocali, tutto sarà touchless (anche nei luoghi di lavoro) in memoria dei contagi. In casa non ci sarà più spazio per materiali sintetici ma solo naturali e anche germorepellenti come il bronzo, il rame e l’ottone. Gli interni? Saranno ibridi, con pareti flottanti e quinte a scomparsa, anche i mobili saranno su rotaie o su ruote per adattare gli ambienti a nostro piacimento, che sia per il relax, la socialità, il lavoro (perché la modalità di smart working di massa vissuta in queste settimane non è destinata ad esaurirsi del tutto con il termine della quarantena). Oppure per lo studio, per la lavanderia o la cucina. E avremo tutti più spazio personale.

Torneranno le vecchie sale hobby? Rispondono gli autori: “Di sicuro finirà l’era dei loft minimalisti , gli spazi diventeranno complessi e ibridi trasformandosi da luoghi di lavoro a spazi di svago, di co-living, anche grazie alla domotica più innovativa che permetterà proiezioni immersive mentre si guarda un film o si effettua una conference call o un viaggio virtuale con la realtà aumentata. E poi spazi per il fitness, per orti domestici e così via”.

Arriveremo all’agognato impatto zero emissioni? Si, nel mondo immobiliare (che ora invece contribuisce al 50% delle emissioni globali di CO2 ed entro il 2040 ne emetterà una quantità grande come la superficie della città di Parigi ogni settimana), garantiscono gli analisti.

Anche gli spazi all’aperto sono destinati a cambiare, garantiscono i designer. Mentre in questo mese la quotazione delle case con terrazza o giardino in Italia è crescita dell’8% e, nel contempo, i prezzi di quelle senza aree aperte è crollato, abbiamo assistito, e vissuto, ad un nuovo uso degli spazi ‘interstiziali’ alle nostre abitazioni, come pianerottoli, balconi, ballatoi, terrazzi e cortili condominiali e poi piani scala e parcheggi. Queste aree sono divenute estensioni del nostro vivere quotidiano e saranno attrezzate con strutture modulari ibride montabili, smontabili e aggregabili alla bisogna.

Sostengono gli autori che passeremo dalle smart cities digitalizzate alle safe cities dove la tecnologia dialoga con la sicurezza ed il distanziamento anche con la progettazione di quartieri in cui negozi e luoghi di socialità non saranno più concentrati in pochi isolati ma diffusi nello spazio in modo da creare multi centri e decomprimere le aree troppo affollate.

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Gucci-Kering Foundation, campagna contro violenza donne

Lanciata da Salma Hayek Pinault

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Nuovo progetto benefico per Gucci: tramite la sua iniziativa Chime for change si unisce con la Kering Foundation per sostenere il progetto #StandWithWomen, campagna per promuovere la raccolta di fondi destinati alle organizzazioni non-profit che operano in prima linea per aiutare donne e bambine in tutto il mondo e contrastare la violenza di genere durante la pandemia di Covid-19.
    Avvalendosi della piattaforma di crowdfunding Global Giving entrambe le aziende invitano i sostenitori in tutto il mondo a partecipare e contribuire direttamente. La campagna è stata lanciata da Salma Hayek Pinault, co-fondatrice di Chime for Change e membro del Consiglio di amministrazione della Kering Foundation, che ha lanciato sui social un videomessaggio in cui invita a unirsi alle donne di tutto il mondo e a prendere simbolicamente posizione contro la violenza di genere. ''Ora più che mai è il momento di unire le forze per salvaguardare la salute, la sicurezza e i diritti delle bambine e delle donne di tutto il mondo - ha detto -. Siamo solidali con le donne ovunque si trovino per porre fine alla violenza di genere. Siamo solidali con le donne in tutto il mondo perché non possiamo rischiare di veder cancellati i progressi fatti nella lunga lotta per l'uguaglianza di genere''. (ANSA).
   

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I 50 anni di Naomi Campbell, venere nera senza età

Origini giamaicane, oltre 30 anni di carriera, è tra le donne più belle del mondo

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Compie 50 anni il 22 maggio una dea dell'Olimpo come Naomi Campbell. Solitamente festeggia il compleanno a Cannes, durante il festival del cinema, con party favolosi. Quest'anno gli amici avrebbero voluto organizzare una festa a sorpresa per lei nel lussuoso hotel Myfair di Londra, città dove Noami vive. Ma gli assembramenti sono vietati, ergo non si farà. Il coronavirus ha bloccato una giramondo come Naomi, fissata con l'igiene ben prima che scoppiasse la pandemia e infatti i suoi consigli su come proteggersi con tuta sanitaria, visiera-casco, mascherina, guanti, mentre viaggia in aereo sono stati visti da migliaia di follower. Ma lei va avanti e in questo periodo ha perfino realizzato la prima copertina self-shot per Essence, che pure festeggia 50 anni di attività, utilizzando un iPhone e FaceTime.  Naomi ha realizzato e disegnato tutte le foto segnando una vera prima volta: una cover scattata con i selfie dal telefonino.    Trucco e parrucco, tutto da sola.
    Di statuaria bellezza, Naomi, inserita da People tra le 50 donne più belle del mondo, è nata nel 1970 nel quartiere di Streatham a Londra, dalla diciottenne Valerie Morris, una ballerina di origini giamaicane. La Campbell è ancora molto richiesta sulle passerelle delle grandi griffe e nelle pubblicità, tanto che il suo patrimonio sembra si aggiri attorno ai 60 milioni di dollari. E lei qualche soddisfazione ha voluto togliersela, come quella di aver acquistato nel paese di origine della sua bellissima madre, in Giamaica, villa Goldeneye, la tenuta giamaicana in cui Ian Fleming scrisse i libri di James Bond.
    Le definizioni per Naomi si sprecano, Perla Nera, Venere Nera, ma lei ha voluto dimostrare di essere non soltanto una donna bellissima e ricca, ma anche una persona impegnata nel sociale, in particolare attiva nella lotta contro la povertà in Africa. Nel 2005 ha partecipato anche alla raccolta di aiuti per i sopravvissuti dell'uragano Katrina. Inoltre con Iman e Bethann Hardison è portavoce della campagna Diversity Coalition, che denuncia le case di moda che discriminano le modelle di colore.
    La carriera di modella. Naomi è apparsa per la prima volta nell'aprile 1986 sulla copertina di Elle. Nello stesso anno era tra le modelle che hanno posato per Terence Donovan per il calendario Pirelli 1987. Nel 1988 è stata la prima donna di colore ad apparire sulla cover di Vogue (prima in Francia poi in GB) e di Time Magazine. È stata testimonial nelle campagne pubblicitarie di prestigiose maison, per le quali ha anche sfilato, da Fendi a Prada, da Ralph Lauren a Burberry, da Valentino a Versace, da Yves Saint Laurent a Dolce & Gabbana fino a Louis Vuitton. Ha anche posato senza veli per la rivista Playboy ed ha partecipato al noto libro fotografico di Madonna, Sex. Nel 1996, '97, '98, 2000, 2002, 2003 e 2005 è stata una degli angeli delle sfilate di Victoria's Secret. Nel 2009 è stata testimonial di Dsquared con Linda Evangelista. Nello stesso anno era con Claudia Schiffer ed Eva Herzigová nella campagna di Anthology Fragrance, prima collezione di profumi di Dolce & Gabbana.
    I talent. Nel 2013, Naomi ha partecipato al talent show The Face, accanto a Karolína Kurkova e Coco Rocha nel format americano, e con Caroline Winberg ed Erin O'Connor in quello britannico, talent per trovare la top model del futuro. Nel 2015, a 45 anni, è tornata a sfilare a Parigi per Givenchy ed è stata scelta come testimonial di Burberry. Nel 2016 la casa editrice Taschen le ha dedicato un libro in due volumi dal titolo L'arte della bellezza. L'ascesa di Naomi Campbell all'Olimpo delle celebrità, tra i grandi della moda e della fotografia, in cui si ripercorrono i suoi 30 anni di carriera. Nel settembre 2017 è tornata in passerella a Milano per rendere omaggio a Gianni Versace nel ventennale della sua scomparsa, assieme a Carla Bruni, Claudia Schiffer, Cindy Crawford e Helena Christensen. Nel 2018 Naomi è apparsa per la quarta volta sul Calendario Pirelli, dopo le edizioni del 1987, 1995 e 2005, fotografata da Tim Walker e ispirato alla fiaba Alice. Nel 2018 ha ricevuto il Fashion Icon Award, dal Council of Fashion Designers of America. 
   

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Pignatelli, Governo tuteli la filiera del wedding

Quarantena ha posto accento su affetti, i matrimoni ne beneficeranno

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Chiudi First wedding ceremonies at a drive-in cinema amid coronavirus lockdown (ANSA) First wedding ceremonies at a drive-in cinema amid coronavirus lockdown

"La percezione del matrimonio cambierà in meglio. Il settore bridal ripartirà sulla spinta dell'importanza degli affetti, ma serve maggior tutela della filiera e dei giovani". E' la previsione di Carlo Pignatelli, titolare dell'omonima storica azienda di abbigliamento maschile specializzata in vestiti da cerimonia, che all'alba della Fase 2 vuole far sentire la propria voce lanciando un appello al governo. "La quarantena - sostiene Pignatelli - ci ha fatto capire quanto siano importanti gli affetti e i nostri cari. Crediamo nel ruolo della famiglia e della coppia e ci auguriamo che nella new era che ci prepariamo a vivere migliori l'attenzione da parte delle istituzioni verso i giovani e il loro futuro da cui dipende anche il nostro". L'azienda, che occupa nella sede di Torino settanta persone e ha un indotto che comprende gli addetti degli oltre 350 punti vendita, rappresenta il 20% della quota del segmento cerimonia & bridal di lusso in Italia ed è leader del mercato per l'uomo, con 20 milioni di fatturato nel 2019. "La pandemia - prosegue lo stilista-imprenditore, il primo ad utilizzare il connubio moda-calcio, avendo realizzato nel 1995 le divise della Juventus, e più tardi anche del Torino e della Roma - ha sottolineato l'importanza della vita sociale del nostro paese. Noi abbiamo intrapreso la strada del made in Italy già da tempo e sono certo che è una scelta che ci premierà. Lo scenario è cambiato, ma non credo vada rivisto completamente il sistema, non è necessario mutare a tutti i costi. Ci sono degli aspetti che vanno salvaguardati ma ora dobbiamo essere bravi a cogliere il meglio dalla situazione sfruttandone le opportunità. Un nuovo calendario del comparto bridal, più rispettoso della filiera produttiva, è un mio auspicio che andrebbe anche a tutela dei tantissimi artigiani italiani impegnati a realizzare le nostre creazioni". La maison crede che sia oggi più che mai fondamentale fare squadra. "Il primo obiettivo - continua Pignatelli - è quello di stare al fianco di tutti i nostri clienti. Tutti stanno soffrendo molto in questa situazione e crediamo sia importante far sentir loro che c'è un'azienda impegnata costantemente a trovare soluzioni. Per esempio, in merito alla shopping experience, dobbiamo prendere molti accorgimenti nell'accompagnare chi si sposa verso la scelta più giusta. Sul fronte dello stile, le scelte saranno in parte influenzate dal nuovo scenario economico in cui ci troveremo ed alcuni uomini potrebbero optare per abiti più classici, magari riutilizzabili nella vita di tutti i giorni. Certo, se le celebrazioni dovessero continuare ad avere un limite dal punto di vista di distanziamento e mascherine, la stima delle perdite diventerebbe insostenibile. Ci auguriamo che tale situazione non superi l'estate". Infine, sottolinea, "il lavoro lo crea l'imprenditoria, questo è un dato di fatto. Confcommercio ha stimato che non riapriranno 270mila imprese, una perdita gravissima per l'Italia e per il suo patrimonio culturale, oltre che per il tessuto sociale. L'imprenditore, come tale, è da sempre in prima linea, investe su idee nuove, crea lavoro e in questa situazione non può essere lasciato solo. Al momento siamo costretti ad affrontare la crisi contando solo su noi stessi e sulla relazione di fiducia che abbiamo con le banche grazie all'affidabilità da sempre dimostrata. Le misure messe in campo dall'esecutivo devono essere immediatamente operative, perché in questa emergenza la tempestività è fondamentale e fa la differenza tra il rimanere operativi oppure no. Noi come azienda - conclude - abbiamo deciso di anticipare i fondi per la cassa integrazione per non lasciare i nostri dipendenti senza stipendio, ma questo drena ulteriormente le nostre casse già abbastanza sotto stress".

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Lagerfeld, Anna Wintour, Galliano...lo sapevate che? Un memoir racconta gossip vip moda

André Leon Talley, ex direttore creativo di Vogue, racconta le 'trincee di chiffon'

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Chiudi Ralph Lauren (R)  Editor-in-Chief of the French edition of  Vogue, Carine Roitfeld (2-R) , Ricky Lauren (L)  Karl Lagerfeld (2-L) Paris, France, 15 April 2010 (ANSA) Ralph Lauren (R) Editor-in-Chief of the French edition of Vogue, Carine Roitfeld (2-R) , Ricky Lauren (L) Karl Lagerfeld (2-L) Paris, France, 15 April 2010

Da Anna Wintour a Karl Lagerfeld, passando per Bianca Jagger, John Galliano, Lee Radziwill e Manolo Blahnik: tutto il gossip sui vip della moda è messo in piazza da André Leon Talley nel suo nuovo memoir, "The Chiffon Trenches," uscito negli Usa. Chi ha frequentato negli ultimi decenni una sfilata sa benissimo chi è il corpulento ex direttore creativo di Vogue che paragona i suoi look teatrali sopra le righe a una "armatura cerimoniale del Seicento italiano". Talley, che è nero, è cresciuto a Durham, in North Carolina, al centro dell'industria del tabacco, allevato da una nonna e una bisnonna: un'infanzia tutta scuola e chiesa fino a quando, nella locale biblioteca pubblica, il piccolo André scoprì le annate di Vogue e cominciò a sognare il modo che sarebbe diventato il suo: "Il ballo al Plaza organizzato da Truman Capote per Katharine Graham, o gli abiti da sera plissettati di Fortuny che Gloria Vanderbilt teneva arrotolati in spire speciali, come serpenti, per mantenere vibrante la seta".
    La storia che il settantenne André racconta dalle "trincee di chiffon" è quella di un'industria della moda i cui eccessi e intrinseche fragilità sono state messe a nudo dalla pandemia da coronavirus. E' anche quella di un ragazzo del Sud della discriminazione razziale che approda in prima fila alle passerelle parigine. Ma intanto, i pettegolezzi. Si scopre che da bambino Lagerfeld veniva legato dalla madre al letto con cinghie di pelle per evitare che mangiasse durante la notte. Bianca Jagger viaggiava con valigie Louis Vuitton disegnate per fucili da caccia ma lunghe abbastanza per i suoi abiti da sera. Galliano reclamava tappeti di zebra nei camerini vip delle sue sfilate.
    Molti nomi famosi popolano "The Chiffon Trenches", ma la Wintour e Lagerfeld in particolare perché per Talley sono state forse le figure più determinanti della sua vita. In un rapporto asimmetrico di amore-odio lo stilista tedesco, da André definito "il Socrate dell'alta moda", colmava il suo protetto di doni a patto che dicesse sempre la cosa giusta, ma la relazione (mai sessuale) finì senza una parola quando l'afro-americano suggerì che Chanel sponsorizzasse una mostra di un altro fotografo, e Lagerfeld, lui stesso un mago dell'obiettivo, si offese a morte.
    Ma è dall'algida Anna, con cui aveva lavorato per oltre 30 anni, che Talley si è sentito più profondamente ferito: il giornalista era convinto di essere designato, come ogni anno, a intervistare le star sul red carpet del Met Gala, ma scoprì all'ultimo momento di essere stato rimpiazzato dalla 24enne influencer su YouTube Liza Koshy. Silurato perché vecchio e grasso, in un affronto da parte di una donna che credeva amica e che si rivelò invece "incapace di umana gentilezza", che lasciò il giornalista con "enormi cicatrici emotive". 

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Capelli, diamogli un taglio. Torna il carrè corto

Frange per tutti e ciuffi da scomporre

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Chiudi carrè corto - Pinterest (ANSA) carrè corto - Pinterest

Parrucchieri di nuovo aperti. Da dove cominciare? Bisogna pensare ai trattamenti per idratarli innanzitutto e poi tagliare senza rimpianti la parte dei capelli rovinata. Sono i consigli di Cristiano Russo, hair stylist con due saloni a Roma, secondo il quale è importante partire da una corretta idratazione del capello, concedendosi un trattamento curativo che vada a nutrirlo dove c’è più bisogno. “In queste settimane di chiusura, ho continuato a consigliare le mie clienti, seppur a distanza. Quindi, se hanno fatto bene i compiti a casa, dovrebbero avere i capelli abbastanza sani. – Spiega Cristiano Russo – In generale, consiglierei a chi ha i capelli crespi di fare un trattamento alla cheratina, che vada ad ammorbidire tutta la parte secca e rovinata, che dà un senso di crespo. La cheratina è ottima anche per chi ha i capelli fini, poiché consente di raddoppiarne la corposità, ottenendo un 35% in più di spessore e rendendoli morbidi e luminosi.” Questi trattamenti consentono di riparare ai danni provocati da phon, piastre e spazzola usati nel modo sbagliato, ma, se i capelli sono troppo rovinati e le doppie punte interessano una buona porzione del capello, purtroppo non rappresentano una bacchetta magica. In alcuni casi l’unico modo per tornare ad avere una capigliatura splendente è tagliare via tutta la parte rovinata.  “Spuntare i capelli periodicamente aiuta ad averli più sani e belli, quindi consiglio a chi li veda troppo spenti o non riesca più a gestirne la forma, di darci un bel taglio. – Prosegue l’hair stylist – La tendenza di questa stagione, per chi vuole mantenere la lunghezza, è il dinamismo. Largo a ricci e onde, che incorniciano il volto, rigorosamente con frange piene o a tendina, a seconda della forma del volto. Tornano di moda anche i tagli simmetrici, ma non troppo geometrici, l’importante è che creino volume. Un taglio di gran tendenza è il carrè appena sotto l’orecchio, un po’ anni ’90, basta che non sia troppo preciso e strutturato. Sempre di moda, infine, i tagli alla maschietta, con ciuffi e frange da scomporre a proprio piacimento”. Con la nuova stagione arrivano anche i nuovi trend in tema di colore. Andando verso l’estate, con giornate più lunghe e luminose, tornano di moda la naturalezza e la luminosità di tinte uniformi e nuances raffinate, ravvivate da delicate sfumature. “Che scegliate uno shatush o un balayage, l’effetto deve essere molto light, per un colore dolce e avvolgente. Per quanto riguarda i biondi, chi preferisce tonalità calde può optare per miele e ambra, mentre per gli incarnati che vogliono tonalità fredde, la tendenza è verso i beige. Una tonalità molto cool per il castano è un caramello scuro, che è già stato scelto da molte attrici, sempre attente alle novità in tema di nuances. Infine, per la gamma dei rossi, rame e cannella sono i colori top, che donano al viso allo stesso tempo dolcezza e carattere” conclude Cristiano Russo.

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Lockdown e Fase 2 come tenere botta con la mindfulness

'Lasciar andare' e altre pratiche per ritrovare forza

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Chiudi Camminare a piedi scalzi e sentire le sensazioni. Un classico esercizio di mindfulness foto iStock. (ANSA) Camminare a piedi scalzi e sentire le sensazioni. Un classico esercizio di mindfulness foto iStock.

Dopo il lungo lockdown si riparte e alle difficoltà oggettive legate alla ripresa si aggiungono nuove paure, straordinarie quanto la situazione. Lo stato di agitazione e la ricerca ansiosa di soluzioni anche sul fronte del lavoro possono provocare, purtroppo, l’effetto opposto ovvero un generale calo di concentrazione proprio quando bisognerebbe invece essere muniti di una nuova e sostanziosa dose di creatività ed ottimismo. Come trovare nuove idee e forza? Dovremmo imparare a reinventare molto del nostro stile di vita ma al contrario ci si sente a terra e calano la lucidità e la performance - segnalano gli specialisti sui media di tutto il mondo andando alla ricerca di soluzioni per ‘tenere botta’, cioè tenere testa e resistere per quanto possibile a un periodo difficile da cui non sembra possibile uscire. Ci vogliono molte più energie di prima e, in tutto il mondo sale l’interesse per la meditazione ‘mindfulness’ che ora si coniuga in nuovi manuali e video tutorial, scritti dagli specialisti ed adattati al momento storico.
In Italia a giugno nelle librerie (come e-book dal 21 maggio) arriva il volume ‘I 7 pilastri della mindfulness. La via per liberarsi dalla rabbia, stress e sofferenza interiore’ (Vallardi Editore), scritto da Maria Beatrice Toro, psicologa, psicoterapeuta e fra i maggiori esperti del metodo. “ Il testo punta a fare calare lo stress e la sofferenza interiore ed è dedicato anche a coloro che sono alla ricerca di ispirazione, motivazione e nuove prospettive, -spiega l’autrice che fornisce le indicazioni necessarie per ritornare ad avere maggiore attenzione, concentrazione, memoria e impegno persi nella lunga quarantena. “In un momento come quello che stiamo vivendo, i pilastri della mindfulness aiutano a ricevere ispirazione sugli atteggiamenti che davvero ci migliorano la vita, - spiega l’autrice. – Si va dal non giudizio, all’accettazione, al lasciar andare. Si tratta di una risorsa preziosa per superare le paure e guardare avanti cogliendo le opportunità che questo momento storico ci sta offrendo. La prospettiva mindfulness va intesa come rivoluzione personale che permette di scoprire una visione diversa della vita e degli atteggiamenti corretti per vivere in armonia". Quali sono i ‘pilastri della mindfulness’, così come li definì Kabat Zinn, ideatore del metodo? Spiega Toro: “Gentilezza verso gli altri e verso se stessi, sensibilità, accettazione, non giudizio, mente del principiante, lasciar andare, percorsi per sgombrare la mente e ritrovare forza e armonia". Negli ultimi mesi hanno grande seguito anche i video tutorial che Nicoletta Cinotti, psicoterapeuta e analista bioenergetica, pubblica sul suo canale YouTube. I video pratici con gli esercizi di ‘bioenergetica’ hanno raggiunto 60.000 visualizzazioni, idem quelli di mindfulness e meditazione. “La consapevolezza del respiro e del proprio corpo, praticare il ‘qui e ora’ sono di grande supporto per vivere meglio, con più energia e concentrazione che in questo periodo così difficile si possono facilmente perdere, così come per ridurre lo stress, il nervosismo, l’insonnia, - spiega Cinotti, autrice del nuovo libro ‘Minduflness in 5 minuti. Pratiche informali di felicità’ (Gribaudo editore, in uscita), per ritrovare la felicità, anche delle piccole cose che, in questo periodo di forte ansia sfuggono".
Ecco la descrizione di uno degli esercizi tipici: la camminata mindfulness per sentirsi consapevoli di sè e tornare al presente (dal volume i 7 pilastri della mindfulness di Maria Beatrice Toro). Provateci, è un toccasana facile e alla portata di tutti.

1. Camminiamo scalzi, indirizziamo lo sguardo in basso, a un metro e mezzo circa davanti a noi. L’attenzione è rivolta alle sensazioni che provengono dalle piante dei piedi, che si presentano e svaniscono mentre si stacca un piede da terra, lo si sposta percependo l’aria e mentre atterra lentamente.

2. Quando il piede viene a contatto con il sentiero, sorge una sensazione. Portiamo attenzione a quella sensazione. Poi il piede preme il terreno; osserviamo come cambia la sensazione quando c’è la pressione del peso del corpo. Di nuovo, mentre il piede si solleva, notiamo mentalmente la sensazione che si presenta.

3. A ogni passo, sperimentiamo nuove e peculiari sensazioni mentre le vecchie sensazioni svaniscono. Restiamo il più possibile consapevoli di questo sorgere e svanire, sentendo la coscienza che, a contatto con queste sensazioni, si sente sorgere, si sente svanire.

4. Camminiamo avanti e indietro: quando arriviamo alla fine del percorso, fermiamoci e giriamoci consapevolmente, sentendo l’insieme dei movimenti che il corpo esegue quando cambiamo direzione.

5. A ogni fine del percorso chiediti: «Dov’è la mia mente?» e ristabilisci la consapevolezza. Meditare è un accorgersi di dove siamo con la mente e un tornare al presente.

 

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Erri De Luca, lo scrittore compie 70 anni

I quindicenni di oggi sono una generazione profetica

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 Sarà a scalare, da solo, in montagna, Erri De Luca nel giorno del suo settantesimo compleanno, il 20 maggio. "Non festeggio" dice all'ANSA lo scrittore tradotto in trenta lingue, che ha fatto tanti mestieri e vissuto tante vite.
    Poeta, attore teatrale, autore di cortometraggi, traduttore da molte lingue che ha imparato da autodidatta, tra cui swahili, yiddish e ebraico antico, De Luca ha lasciato Napoli, la città dove è nato il 20 maggio del 1950, a 18 anni ed è cominciato il suo impegno nella sinistra extraparlamentare. E' stato operaio in Francia, volontario in Africa, autista di convogli umanitari e traduttore di alcune parti dell'Antico Testamento. Ma se pensa alla sua vita non riconosce "nessun percorso piuttosto uno zigzagare da una tappa all'altra in maniera caotica, senza nessuna linea retta come gli ebrei nel deserto del Sinai per 40 anni" racconta lo scrittore che ha vissuto il lockdown nella sua casa in aperta campagna a 30 chilometri da Roma dove continua a piantare alberi. Nel settembre 2013 è stato incriminato per "istigazione a commettere reati" per interviste in sostegno alla lotta No Tav in Val di Susa e dopo cinque udienze, nel 2015 è stato assolto "perché il fatto non sussiste". Vicenda che ha portato al libro 'La Parola Contraria' (Feltrinelli).
    "Ho vagato nel mio tempo. Come uno del Novecento, un secolo molto impegnativo per i suoi inquilini. Il secolo della grandi migrazioni, delle rivoluzioni, della guerra moderna. Ho fatto parte dell'ultima generazione rivoluzionaria del 1900" spiega l'autore di libri come 'Il peso della farfalla' e 'Mondedidio'.
    Oggi la "parola rivoluzione è scaduta, si è esaurita nel Novecento". La nuova è "una generazione profetica" dice parlando dei tredicenni-quindicenni. "Sono ammirato, ci credo in questa gioventù. Stanno accumulando saperi per poter inventare un futuro dell'economia del mondo che sarà della riparazione e del risanamento e che potrà essere redditizia. Chi nega questa evidenza, come chi nega le pandemie, sono cascami del passato".
   

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