Pandemie e day after, l'attualità della Peste di Camus

Tanti i romanzi su difficile sopravvivenza dell'uomo sulla terra

 Se una cosa ci ricorda questa pandemia è che la natura è sempre più forte, più resistente dell'uomo. Non per nulla molti scrittori (e poi drammaturghi, registi di film e artisti diversi) da sempre hanno raccontato e creato storie esemplari, tra cronaca e metafora, su pestilenze, epidemie e altri cataclismi che cancellano o quasi il genere umano dalla terra.
    Si parte, dovrebbe essere la notizia più antica, dall'epidemia che colpì Atene e l'antica Grecia nel 430 a.C. e di cui cui riferisce Tucidide per arrivare, passando da quella di Londra del 1665 raccontata da De Foe, a romanzi come 'La nube purpurea' di Shiel, 'La peste scarlatta' di London, 'Noi' di Zamjatin, 'La peste' di Camus, 'La coda della cometa' del nostro Cremona, citando i primi lavori che vengono in mente sino al più recente 'Cecità' di Saramago e, ancora, 'L'amore al tempo del colera' di Marquez, 'Anna' di Ammaniti, 'Zona uno' di Whitehead e 'La strada' di McCarthy, e chissà cosa si troverebbe a indagare, per esempio, tra i titoli di Urania.
    Come tutte le cose terribili, la fine del mondo (o quasi), la morte ci terrorizza e affascina e se riguarda tutti praticamente assieme ci pare cosa più assoluta e meno individuale, anche perché, come Galimberti ripete da tempo, una volta ''esisteva , concreta, una relazione con la fine ed oggi l'abbiamo persa: abbiamo perso il contatto con il dolore, con il negativo della vita e quindi non sappiamo avere delle strategie quando il negativo diventa esplosivo'', in questa società dello spettacolo, edonista, patinata, consumista e globalizzata.
    Allora questi romanzi, queste cronache di day after, queste supposizioni di arrivo al limite e di salvezza in extremis, in cui viviamo una qualche consonanza, possono essere qualcosa che ci aiuta a capire e riflettere su quel che ci sta accadendo in questo inizio 2020, magari a metabolizzarlo in qualche modo, così da ripartire, come si dice ora, sapendo almeno un poco di più chi siamo. Speranza, augurio, auspicio, come dice sempre Galimberti, sono sostantivi della passività, dell'attesa di un futuro come tempo di un'ipotetica salvezza. Allora, sapendo che comunque la natura va subita e, per quel poco che ci riesce da sempre, va contrastata e domata. E' sapendo chi siamo che sapremo come comportarci. E questo tipo di letture, specie mentre siamo chiusi in casa con poco da fare, sono un buon viatico iniziale, un buona provocazione. E inizieremo a leggerli assieme.
    E cominciamo subito, per capire quel che si vuole intendere, affrontando il romanzo più esemplare in assoluto e così coincidente con quel che ci sta accadendo, 'La peste' di Albert Camus del 1947 di cui si potrebbe parlare solo mettendo di seguito una serie di citazioni che tornano a perfezione, cominciando da ''Ciascuno dovette accettare di vivere alla giornata, e solo di fronte al cielo. Questa diserzione generale poteva alla lunga temprare i caratteri, ma sulle prime li rese vulnerabili'', per rispecchiarci subito nella sua verità, nell'intelligenza e sensibilità dell'autore di capire.
    Il romanzo è ambientato a Orano in Algeria e in realtà la malattia fisica nasceva come metafora di una malattia morale, quella del nazifascismo che aveva infettato l'Europa e molta parte della Francia, e dopo uno sbandamento iniziale, colti tutti di sorpresa e colpiti nel proprio egoismo vitale, ecco che la conclusione è una sola: ''essenziale era cercar di impedire al maggior numero possibile di uomini di morire e di conoscere la separazione definitiva. E il solo modo per farlo era combattere la peste. Non era una grandiosa verità, era solo una verità coerente''. E anche in quelle pagine, come oggi, l'eroe, il protagonista che agisce con impegno e pragmatismo è un medico, il dottor Rieux, in contrasto netto con la Chiesa, con padre Paneloux che prima parla ai fedeli di ''punizione divina'', poi li invita da aderire al volere di Dio, che ''solo può cancellare la sofferenza e la morte, che solo può renderla necessaria, in quanto è impossibile capirla''. Rieux non si abbatte, è l'emblema della solidarietà come necessità, risponde al pessimismo della ragione con l'ottimismo della volontà e combatte, mentre attorno a lui muoiono tutti, giovani e vecchi, ricchi e poveri, senza distinzione.
    Tutto era iniziato con una moria di topi e le autorità paventano il peggio, ma minimizzano e dilazionano finché la gente comincia a morire come mosche. Allora si chiude la città e i cittadini vengono chiusi nelle proprie case con sempre più restrizioni man mano che i morti aumentano e che il male attacca anche i polmoni e vengono destinati alla cremazione senza che i parenti possano confortarli all'ultimo o partecipare alle esequie. E nonostante questo ''una parata di ragazzi e ragazze consente di verificare quella passione di vivere che cresce in seno alle grandi sciagure'', come a prepararne la voglia di futuro.
    Pian piano poi l'epidemia recede e si arresta. Il male ha messo a nudo le persone esiliate a casa propria, da quelle che lo accettano a quelle che quasi negano l'evidenza, e c'è chi si incattivisce e chi invece migliora, chi si chiude in sé e chi comincia a pensare anche agli altri nonostante ''l'impotenza di ogni uomo nel condividere una sofferenza che non può vedere'' (e in questo oggi la tv ci aiuta a essere più partecipi). E il finale è ammonitorio, anche per noi in questa Fase 2, col dottore che è simbolo della solidarietà riscoperta, ma, tra i festeggiamenti per la fine dell'isolamento, ricorda ''che quell'allegria è sempre minacciata: lui sapeva quello che ignorava la folla e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per anni addormentato''. 
   

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