Pandemie e day after: la peste purpurea di London

Medici eroi e umanità distrutta in un romanzo del 1912

Paolo Petroni (ANSA) - ROMA, 12 MAG - Se una cosa ci ricorda questa pandemia è che la natura è sempre più forte, più resistente dell'uomo. Non per nulla molti scrittori (e poi drammaturghi, registi di film e artisti diversi) da sempre hanno raccontato e creato storie esemplari, tra cronaca e metafora, su pestilenze, epidemie e altri cataclismi che cancellano o quasi il genere umano dalla terra. Allora questi romanzi, queste cronache di day after, queste supposizioni di arrivo al limite e di salvezza in extremis, in cui viviamo una qualche consonanza, possono essere qualcosa che ci aiuta a capire e riflettere su quel che ci sta accadendo in questo inizio 2020, magari a metabolizzarlo in qualche modo, così da ripartire, come si dice ora, sapendo almeno un poco di più chi siamo.
    Tra quelli che le storie le raccontano proprio con un fine di conoscenza e ammonimento c'è sicuramente Jack London (1876 -1916), scrittore americano che prima di arrivare al successo fece, come racconta in ''Martin Eden'', mille mestieri, amante del mare e della natura (si ricordano certamente ''Il richiamo della foresta'', ''zanna bianca'' e ''Il lupo dei mari'') era molto critico verso la società capitalista e materialista americana, tanto da scrivere nel 1912 un romanzo apocalittico che racconta come nel 2013 l'America fosse tornata praticamente all'età della pietra dopo essere stata spopolata quasi integralmente in una decina di giorni da una ''Peste purpurea'' (o La peste scarlatta) (Adelphi, pp. 94 - 8,00 euro - Traduzione di Ottavio Fatica è l'edizione più recente). Questa colpì il paese che era dominato dal Consiglio dei Magnati dell'Industria, composto dalle sette famiglie più ricche e importanti del pianeta, che avevano ridotto gli uomini ad automi passivi in nome della produzione, del profitto, e aveano spinto la natura a ribellarsi allo sfruttamento bieco della natura. E non è possibile non avvertire in questo echi pur esasperati della nostra odierna realtà socio economica, tra poteri finanziari e surriscaldamento del pianeta.
    Era l'epoca in cui ''il cielo era solcato da apparecchi, dirigibili e altre macchine volanti'' e San Francisco, nella proiezione di London, aveva quattro milioni di abitanti, mentre l'intera popolazione mondiale contava otto miliardi (come oggi!). Il racconto, scritto con bel pathos coinvolgente anche se con connotazioni primo Novecento, è però ambientato 60 anni dopo il disastro, nel 2073 e si apre con un vecchio ottantenne, James Howard Smith a suo tempo docente e a Berkley, che per molti anni si era creduto l'unico superstite, contornato da un gruppo di ragazzini selvaggi, discendenti suoi e dei pochi altri sopravvissuti, riuniti attorno a un fuoco al termine della quotidiana ricerca di un po' di cibo, che ha procurato pesci, granchi e conchiglie. Questi racconta loro, con un linguaggio che appare loro difficile e non li coinvolge minimamente, come tutto ebbe inizio decenni prima e come la società si fosse autodistrutta e l'uomo, con il pretesto del morbo inarrestabile, si fosse immediatamente affrettato a riportarsi con perversa frenesia a stadi inimmaginabili di crudeltà e barbarie, anche per l'impotenza a trovare cure. I virologi che cercavano di trovare un antidoto per quel morbo morivano come mosche e l'uomo li ricorda come eroi, allo stesso modo che abbiamo fatto noi con medici e infermieri che hanno lottato col virus del Covid-19.
    L'ex professore a un certo punto riferisce anche di aver nascosto tutti i volumi rimasti della sua antica biblioteca in una caverna, nella disperata speranza che uno di loro possa un giorno imparare a leggere e usarli per ripartire e pian piano ricostruire una società più giusta e equilibrata. Purtroppo i ragazzi attorno a lui hanno una lingua dai suoni gutturali che usano solo per comunicazioni basiche, priva di qualsiasi complessità lessicale e concettuale. Da studioso lui è quindi angosciato dalla coscienza di essere l'ultimo essere ''che ha una lingua e non può usarla, un pensiero e non può ritagliarlo dal grande oceano del pensiero'' e ''non può neanche più opporlo a quello altrui'' e davanti a questa realtà pensa che gli uomini siano drammaticamente condannati a ripetersi e fare sempre gli stessi errori, crescendo, progredendo e migliorando sino poi invece a peggiorare e finire per autodistruggersi nuovamente.
    Non a caso anche in questi giorni si discute se questa pandemia riuscirà a cambiarci e magari in meglio o se tutto ripartirà presto come prima, senza nuovi progetti, come nulla fosse accaduto. (ANSA).
   

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