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Una generazione autori per ultimo saluto a La Capria

Veronesi, "mito belle giornate". Andò, "a teatro Ferito a morte"

"La cosa bella con lui era condividere le belle giornate. Gli telefonavo e gli dicevo: oggi è una bella giornata per me e per te? E lui mi rispondeva: anche per me. Anche solo per questo vale la pena essere venuti al mondo". Raffaele La Capria è stato un grande scrittore, un intellettuale, sceneggiatore coltissimo e ironico, punto di riferimento per la cultura di Napoli e l'Italia intera. Ma anche un uomo capace di lasciare ricordi mai formali, come oggi nelle parole di Sandro Veronesi.
    Nato a Napoli il 3 ottobre 1922, dal 1950 stabilmente a Roma, premio Strega nel '62 con il suo capolavoro Feriti a Morte e Leone d'oro a Venezia nel '63 per la sceneggiatura di Mani sulla città di Francesco Rosi, se n'è andato all'alba dei 100 anni che già tutti si appresentavano a festeggiare. Roberto Andò anche portando in scena a Napoli il suo "Ferito a morte" di cui La Capria "era eccitassimo". Ed è una sequela di ricordi personali quella che sfila in Piazza Graziosi a Roma, alla camera ardente allestita nella sua casa, "così che per un'ultima possa restare tra i suoi libri".
    Accolta dalla sua seconda figlia Alexandra e dai nipoti, Alice e Tommaso, c'è è un'intera generazione di scrittori, autori registi di 30-40-50 anni di meno, a raccontare di un tempo generosamente speso insieme.
    "Per ognuno di noi La Capria è stato un punto di riferimento assoluto, per Ferito a morte, per quel pensiero lucido e per quell'idea di letteratura europea applicata a un luogo come Napoli - riflette Francesco Piccolo, tra i primi ad arrivare insieme a Ida Di Benedetto, Silvio Perrella, Elisabetta Rasy - Era un uomo molto intelligente, capace di essere anche superficiale. Ecco uno degli insegnamenti dei suoi libri è proprio l'intelligenza della superficialità".
    "Io venivo qui a lavorare. Ero il suo aiuto alle sceneggiature - ricorda Paolo Virzì - Avevo 21 anni e lui era straordinario, simpaticissimo, ironico, pigro, intelligentissimo, coltissimo.
    Una delizia di persona. Io, lui e Guappo, il suo cane, ci siamo fatti bellissime passeggiate".
    "Ricordo quando vide il mio Morte di un matematico napoletano.
    E' come se grazie a lui e a Francesco Rosi, grazie al loro sguardo, io nascessi", dice Mario Martone.
    "Aspettavamo tutti trepidanti il suo centesimo compleanno. Ma forse era più da Dudù andarsene prima, quasi ricordando quella dimensione dell'occasione mancata del suo grande romanzo Ferito a morte - riflette Chiara Gamberale - L'ho conosciuto a 25 anni.
    Di fronte a quella grandezza ero attonita, eppure lui era così curioso verso la mia piccolezza".
    Sotto lo sguardo severo della signora Iole, che per più di mezzo secolo lo ha salutato ogni mattina dalla portineria ("un vero signore", ricorda), ecco anche Francesco Siciliano, Emanuele Trevi, Leonardo Colombati, Francesca d'Aloja ed Edoardo Albinati, la produttrice Gabriella Buontempo con cui La Capria aveva riportato il Premio Malaparte a Capri, dove ora riposerà nel Cimitero degli artisti.
    "Era uno straordinario scrittore, ma anche un intellettuale con una fortissima passione civile", riassume il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, mentre al funerale a Sant'Ignazio ci sono anche la scrittrice Premio Pulitzer Jhumpa Lahiri, Luca Cordero Di Montezemolo, Nicola La Gioia, Iaia forte e Anna Bonaiuto.
    E poi si ricorda il La Capria in famiglia, per 57 anni accanto all'attrice Ilaria Occhini. "Ogni sera la andava a prendere in teatro dopo lo spettacolo - ricorda Simona Izzo - Più che un consuocero, per me era un meraviglioso co-nonno". Anche quando il matrimonio tra suo figlio Francesco Venditti e Alexandra La Capria finì "ripeteva: noi mica siamo ex. Non lo sentivo più vecchio, né lui sentiva me come più giovane. Questa è la forza di essere contemporanei alla propria storia, anzi perenni".
    (ANSA).
   

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