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Gabriele Lavia, porto a teatro il mio miserabile Ciampa

Attore dirige Il berretto a sonagli in italiano e siciliano

"A volte a casa chiudo gli occhi, giro su me stesso e poi vado dove punta il mio dito. Ho scelto così molte letture e molti spettacoli". Questa volta dalla biblioteca di Gabriele Lavia è saltato fuori "Il berretto a sonagli", un ritorno a Pirandello, che l'attore e regista ha messo in scena nello spettacolo che, dopo il debutto a Spoleto, sarà al Diana di Napoli fino al 20 febbraio e al Piccolo di Milano dal'1 al 13 marzo, per poi proseguire in tournée fino ad aprile (tappe a Thiene, Legnano, Castelfranco Veneto, Torino e Savona). "Pirandello è un autore che ho frequentato un po': 4-5 titoli. Ma ne ho fatti di più di Shakespeare - sorride raccontando la genesi dello spettacolo all'ANSA - Mia nonna aveva una gran passione per questo autore e mi ha regalato molti suoi libri. Come questo Berretto a sognali: non sono stato io a scegliere lui, ma lui a volersi far fare da me". Amarissimo, comico e crudele, specchio di una società "malata di menzogna", il testo racconta dell'umile scrivano Ciampa, intrepretato dallo stesso Lavia, che pur di mantenere la facciata di rispettabilità del suo infelice matrimonio, arriva a imputare la follia alla donna che invece il tradimento lo vuole denunciare pubblicamente. "E' un piccolo uomo che accetta qualunque umiliazione pur di essere in qualche modo il segretario personale del Cavaliere", anche se tutti sanno che si incontra con sua moglie. "Il Cavaliere dal canto suo -- racconta Lavia - non si vede mai. Va a sapere di cosa si occupi, quali sono i suoi affari, in che modo sia legato al potere e alla politica. Ciampa è toccato così ferocemente, più dall'umiliazione che dal dolore, della discriminazione di una società di cui invece vuole fare parte. Di fronte si ritrova una donna, Beatrice, che invece dice 'no'. È lei, non Ciampa, la vera protagonista della pièce". E Pirandello, che proprio in quegli anni si trovava costretto a ricoverare sua moglie in un ospedale psichiatrico, ricorre al grande tema della pazzia. "La società espelle tutto ciò che la disturba e le corna erano il paradigma del male assoluto in una società come quella siciliana del tempo - continua il regista - Chi non sta dentro certe regole, deve essere pazzo per forza, allontanato, rinchiuso da qualche parte. Così la signora Beatrice Fiorica ha svelato la verità e ora 'deve' civilmente, socialmente, essere pazza". A interpretarla al suo fianco, è Federica Di Martino, che di Lavia è anche moglie. "Recitare è talmente complicato che si dimenticano subito i rapporti di parentela", minimizza lui. Poi si torna alla messa in scena. Pirandello scrisse la prima versione del testo nel 1916 in siciliano per Angelo Musco e ne firmò una seconda in italiano nel 1923. Lavia, le unisce. "Ho pensato che fosse corretto, anche dal punto di vista critico, darne le due versioni: italiano e siciliano insieme - spiega - La famiglia ricca parla in italiano, la cammarera in siciliano. Ciampa sta in mezzo. In realtà, ho commesso un falso, ma è tipico dei siciliani parlare metà e metà. Hanno ancora oggi questa miscellanea meravigliosa. D'altronde il siciliano è una lingua radicata nell'essere, l'italiano nel logos. È un'altra cosa. Immagino che Pirandello si sia rivoltato nella tomba a sentire questa versione - sorride - ma non troppo. Lo immagino, non dico contento, ma che mi ammonisce con il dito, come a dire 'l'hai combinata grossa'". D'altronde, con il permesso dello stesso autore, anche Eduardo De Filippo ne aveva fatto una sua versione in napoletano nel 1936, poi trasmessa in tv nel 1981. Ma dopo due anni di pandemia, questo è finalmente il tempo della ripartenza definitiva per il teatro italiano? "Non lo so. È presto per dirlo - risponde Lavia - Però a Napoli c'era la fila davanti al botteghino. Bisogna stare in campana, come dicono i militari, allineati e contenti". Intanto, si lavora a riadattare la regia dell'Otello di Verdi diretto da Asher Fisch, che dopo il debutto nei Palazzetti dello sport a giugno sarà al Comunale di Bologna. "Un Otello io? Non ho più l'età per interpretarlo - sospira Lavia - Ormai ho l'età solo per fare Re Lear. Vediamo se la ce la facciamo".

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