Giacomo Balla, il segno del gigante

Alla Galleria Russo di Roma la modernità di un maestro del '900

di Luciano Fioramonti ROMA

ROMA - Giacomo Balla gigante del Futurismo, certo. Ma ci sono un prima e un dopo l'adesione ventennale al movimento di Marinetti che mostrano la grandezza dell'artista torinese, capace di superare le barriere imposte dalle scuole e dai proclami, guardando sempre oltre con una capacità di anticipare i tempi che è il segno della sua modernità. Di questo parlano le ottanta opere, per lo più disegni e bozzetti preparatori, in molti casi inediti, provenienti direttamente dalla casa-studio dell'artista in via Oslavia a Roma, che la Galleria Russo propone fino al 22 maggio nella mostra ''Dal primo autoritratto alle ultime rose''.

Il curatore Fabio Benzi, grande esperto del maestro, l'ha pensata come ''un romanzo per immagini che spiega nello spazio di poche sale un percorso di cinquant' anni''. Il punto di partenza è l'autoritratto del 1894, un olio di piccole dimensioni realizzato sul retro di una foto che lo ritrae bambino, accostato all'immagine che il pittore tratteggiò di sé quasi 50 anni dopo nel pastello brillante del 1940 intitolato ''Ball'io''. Il corpus della mostra arriva dall'acquisizione della collezione di uno degli eredi di Balla alla quale si aggiungono alcuni capolavori messi a disposizione da prestatori.

Ad affascinare sono proprio le matite, i piccoli disegni a carboncino, gli studi per quelli che sarebbero diventati i cardini dell'intera attività dell'artista. Come i cinque disegni preparatori di una versione di cui si sono perse le tracce del quadro ''La Pazza'', (l'olio su tela realizzato nel 1905 è esposto alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna). ''Gli ho dato la caccia per tre anni - dice Fabrizio Russo, il patron della Galleria - e finalmente sono riuscito a comprarli da un altro erede''. Il percorso documenta l'intera ricerca condotta da Balla, a partire dagli esordi divisionisti dopo il trasferimento a Roma nel 1895. Gli schizzi e i bozzetti descrivono momenti privati, dai ritratti a matita delle figlie Luce (1914) ed Elica (1921), al minuscolo cartoncino del 1904 in cui si disegna alla scrivania accanto alla fidanzata Elisa. E' comunque il suo periodo futurista ad occupare la scena. Balla firmò il manifesto nell'aprile 1910 e all'inizio i rapporti con gli altri grandi nomi dell'avanguardia non furono facili. Nel 1913 Boccioni gli rimproverava di essere ancora ''troppo 'fotografico'''. Dalle opere influenzate fortemente dalla cronofotografia e dagli studi sul movimento e sulla luce, Balla passò a concentrare l'attenzione sulla velocità con risultati straordinari. Le sue 'velocità astratte' riescono a sintetizzare - scrive Benzi nel bel catalogo - ''in una forma icastica e definitiva, fluida e sintetica, i principi di dinamismo e simultaneità, di suggestioni ambientali (rumori, luci, potenza, dinamica, odori)''.

Tra le grandi opere futuriste spiccano le lettere rosa di ''S'è rotto l'incanto'' (1920), gli studi per decorare il Bal Tik Tak, il primo cabaret europeo dell'avanguardia aperto a Roma nel 1921, le petunie e le rose dei BalFiore, i colori accesi del 'Vortice di Giardino' (1926). Nel 1933 Balla abbandonò definitivamente il Futurismo virando verso il figurativo e traendo stimoli nuovi dalla fotografia, la sua antica passione. Invece di 'tornare all'ordine' o alla tradizione l'artista ''ebbe la forza di elaborare un linguaggio autonomo e originale, senza paragoni in Europa''. Ad interessarlo sono ora i mezzi di comunicazione di massa, il cinema e i rotocalchi che mettevano in copertina le dive hollywoodiane del grande schermo e la moda. Di questo periodo fanno parte le tre ragazze davanti allo specchio che si preparano a uscire di ''Andiamo che è tardi'', il ritratto della figlia Luce in costume da bagno e l' immagine affascinante di Elica in 'Pianticella dorata' (1937), dominato dalle tonalità del viola, in cui la stessa cornice dipinta dall'artista diventa una prosecuzione della tela. La sua intuizione della modernità dell'immagine popolare e pubblicitaria ''preconizza indubbiamente l'atteggiamento della pop art'', fa notare Benzi. Balla, dunque, percorre venti anni prima la strada battuta da Andy Warhol. Non solo concettualmente ma anche nella pratica: di quegli anni sono i dipinti realizzati utilizzato un fondo di rete metallica con il risultato di riprodurre l'effetto pixelato delle immagini a stampa di giornali e riviste. 

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